INTRO

      IL BUONO IL BRUTTO E IL CATTIVO

      TRAPPOLE

      SPUGNETTE

        CHI FA LA SPIA

        E CHI LA FA...

        ...L’ASPETTI.

INTRO

Fin dalle prime righe ci teniamo ad avvissare chi intende intraprendere questa lettura che non si tratta né di una lezione né di una spiegazione da parte di qualcuno che “sa” nei confronti di qualcuno che “non sa”; queste modalità di approccio non ci interessano e non ci appartengono. Questo breve opuscolo è, o prova ad essere, un ragionamento intorno al significato che, dal nostro punto di vista, assume oggi la parola “vandalismo”. Non siamo artisti, non siamo street artists, non siamo politicanti né membri di una pseudo-associazione cittadinista dedita al recupero dei quartieri: non siamo nulla di tutto ciò. Siamo ragazzi come tanti altri: giovani che la sera vivono le strade e i parchetti spesso in compagnia di qualche bomboletta; non siamo dunque qui per convincere nessuno della nostra opinione, sentiamo semplicemente il bisogno di prendere una posizione, di schierarci e di farlo in maniera chiara e netta.

Veniamo dalle strade e nelle strade viviamo la maggior parte del nostro tempo, è innegabile dunque che in questi anni qualcosa stia cambiando, il concetto stesso di vandalismo sta mutando come anche i suoi attori. Tra le righe dei giornali, all’interno dei musei e sulle bocche di chi spesso non ha mai preso in mano uno spray notiamo una sempre più frequente insensata distinzione tra “writer cattivi” (per intenderci chiunque scriva su un muro senza chiedere il permesso al burocrate di turno) e “writer buoni” (chi invece scrive sui muri per una non ben precisata “riqualificazione dei quartieri”); nello stesso tempo se da una parte le istituzioni sembrano volersi aprire alle più comuni espressioni di strada (un piccolo esempio sono i tentativi di lasciare qualche muro libero in più), dall’altra assistiamo ad un sempre maggiore inasprimento delle leggi di sicurezza volte a limitare la libertà d’agire di chi sui muri ci scrive senza bisogno del permesso da parte di qualcuno.

A questo punto sorge spontaneo domandarsi in che cosa si stia trasformando il vandalismo, o meglio, in che cosa qualcuno vorrebbe trasformarlo, e, di conseguenza, che cosa stia guadagnando e che cosa invece stia perdendo.Dal nostro punto di vista i guadagni sono minimi se non nulli, le perdite immense.

Questo stampato si prefigge l’obbiettivo di parlare di queste perdite, analizzarle e dunque creare un momento di riflessione che possa scaturire in una riappropriazione del significato che, secondo noi, porta con sé il termine “vandalismo”, togliendolo dalle mani di chi cerca di snaturarlo strappandolo dal suo luogo nativo: la strada. Il vandalismo, per come è nato, non ha bisogno dell’autorizzazione di nessuno, come non ha bisogno né di musei né di critici d’arte, il vandalismo è vedere la propria tag sul muro vicino a casa, passare la notte ai bordi della ferrovia per lasciare la propria firma sopra un treno, il vandalismo rifiuta la legge come anche la polizia partendo dall’autorganizzazione in gruppo, con i propri fratelli. Se dunque sei arrivato fino a questo punto credo non ti dispiacerà continuare a leggere queste brevi pagine, buona lettura.

Siamo vandali, non artisti.

IL BUONO IL BRUTTO E IL CATTIVO

Cosa siano o meno i graffiti, e più in generale quale sia la vera natura delle scritte che sbocciano di notte sui muri delle città, non spetta a noi dirlo. L’intento di questo scritto non è infatti di fornire una panoramica storica o una serie di ipotesi basate sulla concatenazione di fatti che passano sotto l’appellativo di Storia con la S maiuscola, ma piuttosto di sviscerare il presente per portare alla luce alcune delle sue contraddizioni. I graffiti esistono da sempre, qualcuno stenta a definirli un fenomeno antropologico; fanno parte di una cultura che ha saputo fondare i propri principi su poche cose ben distinte.Primo tra tutti il mezzo: la bomboletta. Secondo: l’ambiente; i graffiti e le scritte più in generale si sviluppano in contesti urbani che offrono muri, superfici, mezzi e occhi i quali, volenti o nolenti, passata la notte dovranno fare i conti con il segno che qualcuno ha deciso di lasciare lì. Terzo: il coraggio. Pare poca cosa a chi non si è mai trovato a correre col batticuore alla luce dei lampeggianti in fondo alla via. Pare poca cosa al cittadino che nemmeno se le immagina certe dinamiche, perchè bisogna essere sinceri, per prendere in mano una bomboletta e fare propria una superficie serve del coraggio. Non è soltanto una questione di trasgressione e di possibili problemi con la legge; scrivere sul muro di una città e farlo in maniera spontanea è una provocazione allo spazio pubblico e uno sbeffeggiamento del perbenismo dilagante. Per ultimo il concetto di identità, capace di superare se stessa, di celarsi dietro all’anonimato o uno pseudonimo in un mondo che ci vuole etichettati, schedati e catalogati secondo tabelle e differenziazioni.

Le ragioni di queste azioni, note come “vandalismo”, sono svariate e non sentiamo il bisogno di distinguerle in classi più o meno nobili. Ciò che ci accomuna nello svolgere questo ragionamento è il disprezzo per una società cieca che storce il naso davanti a del colore o ad una scritta, ma che non proferisce parola su ciò che la riguarda fatti alcuni passi lontano dal muro di casa propria. Il solito discorso del proprio cortile e dei propri polli, il solito “fallo sul muro di casa tua”. E invece no, farlo è impossessarsi dello “spazio pubblico” e privato, dilagare ed espandersi, riprendersi lembi di agibilità e tirarli con tutte le proprie forze, opporsi alla cementificazione forzata di una società che pensa solo ad evolvere e che tende ad escludere. Da sempre i muri parlano per chi non ha voce sufficientemente alta in un mondo di prepotenti.

A tal proposito il vandalismo diventa un vero e proprio stile di vita di generazioni disilluse, che vogliono riprendersi spazio, pronte a rimettere in discussione il concetto di proprietà privata. Così una scritta su un muro diventa una cosa di tutti, un ragionamento comune per chi ne accetta e condivide le pratiche. Un’occasione di esprimersi per chi ha il coraggio di sentirsi vivo e vuole tornare ad essere padrone delle proprie scelte, delle proprie azioni. Per la società e l’autorità il vandalismo diminuisce il valore degli immobili, disturba, dà fastidio perché interrompe il silenzio assordante e la monotonia nella quale stiamo scivolando. I muri puliti sono sinonimo di civiltà, di buona cittadinanza e convivenza. Sono sinonimo di uno stile di vita remissivo e alienato che ci porta a scegliere passivamente, a dividerci e frammentarci fino a farci restare soli. Il vandalismo e il teppismo si oppongono da sempre ad una logica fredda che ci vuole in fila e pazienti, fornendo un modo concreto di stare insieme e del poter fare affidamento sui propri fratelli e sulle proprie sorelle, in ogni situazione, senza farsi intimorire.

Ma una distinzione tocca farla anche a noi. In questo preciso momento storico vediamo il dilagare di una commercializzazione sfrenata e illogica. Una gigantesca bestia affamata che stravolge la natura di quel che tocca, lo impacchetta ripulendolo un po’, lo prepara per la vendita e la monetarizzazione. Ebbene questo triste destino da alcuni anni sta toccando anche al graffitismo. Da qualche anno il temine “street art” ha invaso la scena ponendosi come compromesso verso l’accettazione e la normalizzazione di una pratica che è sempre stata illegale e libera da qualsiasi vincolo. I protagonisti di questa rappresentazione sono spesso però gli stessi che hanno iniziato, o che continuano, a svolgere in parallelo la loro attività di vandali; ci viene allora da interrogarci sulla duplice natura della questione. Di notte la vita di graffitari, con tutti i valori che si porta dietro, con la strafottenza e la libertà di farlo sopra tutto e tutti. Di giorno l’artista pagato in piazza per “abbellire” il parchetto o dare un tocco di colore all’evento sponsorizzato. Per l’autorità questo costituisce un’ottima occasione per fare delle distinzioni e per spaccare il mondo dei graffiti in due parti, nel tentativo di arrivare all’estinzione di una e al controllo dell’altra.

Si delineano così due caratteri diversi del fenomeno: il writer “buono” e il writer “cattivo”. Gli attori sono spesso gli stessi, ma è la pratica a creare una grossa differenza. La street art, attraverso la legalizzazione di muri, la promozione di precisi eventi chiamando artisti a realizzare specifiche opere tenta di offrire un volto “pubblico”, un lato “bello” della faccenda; un lato controllabile e sottoposto a censura, con l’obbiettivo di usare l’arte di strada come mezzo per la riqualificazione. Ed ecco che la murata organizzata e fatta alla luce del giorno piace al quartiere. Il resto dei graffiti con la cultura radicale e il linguaggio specifico che si portano dietro no. La street art abbellisce le città, i writers le deturpano. Il mezzo è lo stesso, il metro di giudizio no; una cultura che è nata per le strade e vi è sempre rimasta legata diviene così un prodotto come un altro. Mentre ai writers interessa solo il riconoscimento da parte di altri writers, la street art vuole sedurre quanti più spettatori possibili, arrangiati da ogni dove, che si improvvisano critici d’arte e tutori del gusto comune, a cui spetta la definizione del bello e del lecito. Il vandalismo nasce slegato da un’ottica di commercializzazione, e tale deve rimanere, fuori dai salotti borghesi e dai musei che ne richiedono la decorazione con un linguaggio che fino a poco tempo prima disprezzavano. La street art strappa al mondo dei graffiti, e alle scritte in generale, l’aspetto di provocazione e di critica, attraverso l’adozione di linguaggi “politicamente corretti” volti a non turbare la cittadinanza. È diventata un codice sdoganato, istituzionalizzato, addirittura musealizzato. Ciò che prima era etichettato come atto vandalico ora è oggetto di tutela e di interesse crescente. Un caso? No. Scavata appena appena la superficie della questione, questa mostra la propria natura economica. La street art, con gli sviluppi che ha preso, partecipa alla gentrificazione delle città, trasformando interi quartieri e rendendoli fonte di guadagni sfrenati. Ne muta la natura sventolando la bandiera del decoro urbano, ma rimane un vile tentativo di lavarsi la coscienza di fronte ai problemi delle periferie. Ma riqualificare è altro: dare una casa a tutti, rendere una città vivibile agendo in prima persona, creando legami e rapporti complici con chi ci circonda.Le spugnette le lasciamo ai politicanti che hanno bisogno di fare campagna elettorale e ai cittadini che abboccano, sentendosi in dovere di scendere in strada solo quando è il perbenismo ipocrita a fare la chiamata.

L’altro aspetto importante della questione riguarda la repressione nei confronti di quelli che invece non si piegano alla richiesta di omologarsi, di farsi pubblicità, di essere censurati. I giornali e l’autorità dipingono i writers come criminali spietati e le pene non sono da meno. Il tentativo di normalizzazione del fenomeno ha portato l’autorità a incattivirsi ed accanirsi nei confronti di chi prende in mano una bomboletta. Ma questo lo vedremo dopo.

Prima di concludere sentiamo il bisogno di chiarire che il fenomeno del vandalismo si porta dietro una cultura ben salda sulle proprie gambe, lontana da compromessi e da dialoghi con l’autorità, fuori dalla portata di chi cerca di controllare una pratica che ha rappresentato una vera e propria esplosione e che ancora arde. Un fenomeno che ha un alto potenziale di disturbo nella calma irreale che ci circonda, che ha un potenziale politico nel superamento della morale e del buonsenso che ci vuole puliti come i muri, muti ed ordinati.

Lo ripeteremo fino alla fine: i muri delle città appartengono a chi ha qualcosa da dire, qualcosa da mostrare, a chi semplicemente sente il bisogno o la voglia di farlo. Viviamo bombardati da una pubblicità invasiva che si arroga il diritto di apparirci davanti alle finestre, nelle strade, sui mezzi pubblici. Noi staremo sempre dalla parte di chi di notte sfida il presente stato delle cose e dipinge un vagone del treno o della metro, di chi sfrutta tutti i muri liberi della metropoli scrivendo il proprio nome o ciò che pensa.

TRAPPOLE

Nell’ultimo decennio il graffitismo ha catalizzato l’attenzione di tutto il mondo puntando i riflettori su personaggi come Banksy, Shepard Fairey (in arte “Obey”), Thierry Guetta e molti altri. Ne sono una evidente conseguenza il moltiplicarsi di libri e la sempre più ampia diffusione di documentari intorno all’argomento. Tutto questo ha dato vita ad un interesse generalizzato da parte del grande pubblico e delle istituzioni sia statali che private riguardo la materia; possiamo tranquillamente arrivare a parlare di una vera e propria moda.

Questa attenzione di massa, promossa in gran parte da istituzioni artistiche e statali, ha generato una serie di effetti sulla percezione comune di questo argomento e ha avuto ricadute concrete su chi il vandalismo lo pratica davvero: in questo capitolo vorremmo porci l’obiettivo di comprendere questo fenomeno.

È ormai parecchi anni che stiamo assistendo ad un tentativo di “legalizzazione” del writing: sono sempre più frequenti le mostre pubbliche sulla “street art” come anche gli spazi di agibilità che le autorità concedono ai writers; ma siamo sicuri che tutto questo corrisponda ad una reale apertura nei confronti del graffitismo e delle sue pratiche?Proviamo ad analizzare alcuni esempi:

  • Durante una mattina del Marzo 2016 a Bologna il writer Blu decide di cancellare tutte le sue opere visibili in città in risposta all’apertura della mostra sulla street art che da lì ad una settimana sarebbe stata inaugurata presso lo storico Palazzo Pepoli. Questa mostra, dichiara Blu, è l’esempio “di una città che da un lato criminalizza i graffiti, processa writer sedicenni, invoca il decoro urbano, mentre dall’altra si autocelebra come culla della street art e pretende di recuperarla per il mercato dell’arte”.

  • Nel Giugno 2015 a Milano il fantomatico sindaco Giuliano Pisapia decide di concedere 100 muri liberi ai writers milanesi. Durante lo stesso giorno l’ormai ex assessore all’Arredo Urbano Carmela Rozza dichiara “Da oggi cade il proibizionismo e se fino a ieri c’era un’ipotetica giustificazione al vandalismo, ora non ci sarà più nessuna scusa per imbrattare muri che non siano quelli messi a disposizione”; poco dopo anche l’allora assessore alla Sicurezza Marco Granelli prende parola “da adesso la lotta al vandalismo sarà ulteriormente inasprita”.

  • A Luglio 2016 a Cinisello Balsamo viene creata una vera e propria tessera del writer: in poche parole per poter accedere ai muri liberi appena concessi devi registrarti con il tuo nome e cognome in un elenco appositamente istituito dalle autorità. Il ragionamento espresso dall’assessore alla Cultura Andrea Catania pare del tutto simile a quelli sopracitati: “La possibilità di esprimersi liberamente, dentro determinati vincoli, è anche un modo per contrastare l’utilizzo indiscriminato e vandalico dei muri che provoca invece senso di sporco e abbandono”.

Appare a questo punto evidente come dietro una presunta disponibilità da parte delle istituzioni ad aprirsi al mondo del graffitisimo si celi un più reale tentativo di snaturare il vandalismo per guidarlo all’interno di schemi predefiniti a lui estranei. Da una parte i musei si accaparrano le opere murarie dei writers privandole della loro essenza “di strada”, dall’altra i tribunali condannano penalmente gli stessi autori di quei graffiti (ne è un esempio evidente il caso di AliCè i cui lavori erano stati inseriti, a sua insaputa, nella tanto contestata mostra di Bologna mentre, nello stesso tempo, veniva condannata dal tribunale per quelle stesse opere). Ugualmente se da una parte le autorità concedono muri liberi, dall’altra le pene giudiziarie sono sempre più pesanti e gli spazi d’agibilità sempre minori (esempi clamorosi sono i nove indagati per vari reati tra cui associazione a delinquere della WCA “We Can All” e il fermo di “Sanke” con conseguente indagine dello scorso settembre e il nuovo “daspo urbano” istituito ad hoc per queste situazioni dall’ultimo decreto Minniti). Per farla breve: ti porgono la carota e ti colpiscono con il bastone.

Quel che riteniamo necessario chiarire in conclusione a questo capitolo è che noi, in quanto vandali, writers o come vogliate appellarci, non chiediamo proprio nulla alle istituzioni dell’arte e dello stato. L’unica nostra richiesta è: rimanete nel vostro, non occupatevi di noi. Il writing non è nato nei musei e non può esser delimitato ai soli muri legali. Il writing nasce come espressione completamente libera e senza alcun vincolo, su qualsiasi muro e su qualsiasi treno, e ci impegneremo perchè rimanga tale.

SPUGNETTE

Nell’usuale scenario urbano caratterizzato da poche prospettive, molta noia e altrettanti problemi di varia natura, alcuni cittadini alzano la testa non potendo tollerare la crescente presenza di...scritte sui muri. Il fenomeno non è nuovo, ma recentemente il senso civico sembra aver riempito il cuore di molti studenti, lavoratori, disoccupati, pensionati e un po’ chiunque si riconosca dietro il sempre valido motto “e io pago”. E dunque, spugna alla mano, si scende di casa e si dice “NO” al degrado, con sorrisi e palloncini manco si stesse risolvendo il problema della fame nel mondo.

CHI FA LA SPIA

Che le autorità osteggino e/o perseguitino i vandals, che si tratti di writers, casseurs o semplici ragazzi che, tornando a casa la notte, la fanno pagare all’arredo urbano, è più che normale: nemico naturale del ribelle, lo sbirro di bassa lega si lancia appena possibile contro delinquenza e criminalità (e probabilmente anche lui contro la noia). Ma cosa spinge alcuni privati ad attivarsi contro tali fenomeni ed addirittura a sostituirsi ai tutori dell’ordine? Stando al comune di Milano nel 2016, grazie all’intervento di volontari (tanto con il lavoro di spugne e pennelli quanto con segnalazioni alla polizia), i graffiti sarebbero diminuiti del 35/40%: intervento inutile dal momento che nello stesso anno le nuove tag sarebbero aumentate del 15/20%, e del 40% gli “assalti” writer a treni in tutta la Lombardia. Per nostra fortuna non siamo psicologi, ma possiamo lo stesso provare a ipotizzare che il fatto riguardi la frustrazione quotidiana, l’ottuso senso civico e l’interesse politico. Sono infatti molte le sigle politiche che favoriscono il fenomeno dei “ripulitori”, o i cui militanti si mettono in gioco in prima persona, anche con sigle ed associazioni create appositamente. Tutto questo è anche una buona pubblicità sia per politici/politicanti che si trovano in periodo di campagna elettorale sia per associazioni meno ambiziose ma forse più lungimiranti (come vari neofascisti che ancora si stanno ripulendo della classica estetica della teppa, di cui per inciso, noi invece non potremmo mai fare a meno).

E CHI LA FA...

Ma vediamo più da vicino da chi è composto questo esercito di spugne, pennelli e pettorine. Si parla di numeri sempre più alti di volontari contro il degrado (demone sempre vivo per cittadinisti e cagacazzi). Nel 2015 indignati per le devastazioni del primo Maggio (poveri bimbi...) erano scesi in strada 1300 cittadini di varia sorta (certa gente non sa proprio stare agli scherzi) per restituire a Milano il suo fiero, consueto e banalotto look. Dalla giornata nacquero alcune iniziative che si sono periodicamente ripetute acquistando, a sentire la stampa, sempre maggiore successo. Ad oggi infatti oltre ai soliti cittadini indignati, di pulizia in pulizia sono stati arruolati anche studenti di scuole medie e superiori (gioventù bruciata...), profughi (“noi vi si mantiene” dicono le varie associazioni “e serviteci a qualcosa, eh!”) e detenuti, che spesso si sono trovati impiegati in tali attività. Sul ricatto carcerario andrebbe spesa qualche parola, ma forse non è questa la sede più adatta. Ovviamente qualcuno deve sostenere economicamente questi progetti di “riqualificazione”: i comuni ci mettono del loro (d’altronde l’abito...) ma non sono gli unici benefattori del decoro urbano. A Milano per esempio LUSH (nota catena di prodotti cosmetici che stava tanto bene a salvare le foche) si è fatta carico di una campagna di raccolta fondi per una delle principali associazioni contro il degrado: “RE TAKE” (sentite come sa di rivalsa). Anche enti pubblici come Gruppo Acsm Agam, Brianzacque, Farmasalus con il contributo di Milesi e Alfapaint si sono mossi a Monza seguendo l’onda in nome del decoro urbano. Sempre a Monza è dal 2011 che viene portata avanti la campagna “Fight The Writers”, il cui obiettivo è quello di <<recuperare un Senso Civico ormai perduto>> e di eliminare le tracce dei “finti writers”. Questa è patrocinata da clubs esclusivi, quali il Rotary Club e il Lions Clubs International. In che modo tutti questi soggetti si vivano le strade del cui degrado si vanno lamentando non ci è ancora ben chiaro.

...L’ASPETTI.

Nonostante tutto ciò questa piaga delle bombolette impazzite non si vuol proprio risolvere. Come si è accennato prima, nuovi writers o semplici kids con qualcosa da dire non vogliono proprio smetterla, intensificano sempre più le loro attività nonostante l’aumento di repressione, ufficiale e non. Basta pensare alle mura del carcere di San Vittore che, dopo una giornata di grandi pulizie, la sera stessa sono state nuovamente decorate, oppure al fatto che in Lombardia Trenord denuncia 20 “assalti” di writers al giorno ai treni dentro e fuori dai depositi e 8.400 atti vandalici generici, o anche che i comuni lamentano ormai da tempo la mancanza di fondi per combattere il vandalismo (cosa che non impedisce di destinare sempre più sbirri a questo scopo). Anche nella nostra amata cittadina, Monza, le pulizie che hanno impiegato 4.500 volontari non sono durate neanche 12 ore. Ogni giorno possiamo vedere sui muri nuovi nomi di crew che, calato il sole, scendono le scale per riversarsi nelle strade, nelle ferrovie, nei parcheggi, nelle metropolitane. Cosa possiamo farci noi, se questi ragazzi non sono proprio fatti per la legalità?

“BECAUSE THE NIGHT
BELONGS TO VANDALS”