Titolo: Quando il femminismo è transfobico
Sottotitolo: Pensieri iniziali sull’abolizione del genere
Data: maggio 2013
Origine: Consultato il 30 novembre 2017 su anarcoqueer.wordpress.com
Note: Per contatti: fuckgender@riseup.net
Titolo originale: “When feminism is revolting: initial thoughts on abolition of gender”
Anno di pubblicazione 2012

QUANDO IL FEMMINISMO È TRANSFOBICO.
PENSIERI INIZIALI SULL’ABOLIZIONE DEL GENERE

di stacy, aka sallydarity

“Le persone non si rivoltano contro quello che è naturale, e quindi inevitabile; quello che non è inevitabile può essere diverso – è arbitrario, quindi sociale. L’implicazione logica e necessaria della rivolta delle donne, come di tutte le rivolte, è che la situazione può essere cambiata. Se non lo fosse, perchè rivoltarsi? Credere nella possibilità del cambiamento implica credere nelle origini sociali della situazione”.

Christine Delphy, Close to Home 211
“Le implicazioni di questo sono in eff etti radicali. L’obiettivo politico immaginato non è la crescita dello status delle donne, e neanche l’uguaglianza tra le donne e gli uomini, ma l’abolizione delle stesse differenze di sesso. In una società non-patriarcale non ci sarebbero distinzioni sociali tra uomini e donne, o tra eterosessualità e omosessualità”.

Stevi Jackson, “Christine Delphy 120”

Se il binario di genere/sesso è stato imposto sull’umanità come mezzo per naturalizzare il dominio maschile, questo significa che tutt* noi saremmo molto più liberat* se ci liberassimo dalle categorie di genere imposte. Abbiamo bisogno di un femminismo (sempre se vogliamo mantenere questo termine) che ci liberi tutt*. Un po’ di tempo fa, ho avuto delle discussioni sulla transfobia con alcune femministe su una mailing-list femminista anarchica, nel corso delle quali ho pensato che una donna in particolare, tra quelle con cui stavo dibattendo, avesse una posizione essenzialista – la credenza che esista un’essenza femminile, in particolare nelle persone assegnate al genere femminile dalla nascita. Ho fatto presenti le realtà delle persone intersessuate, trans, la mancanza di universalità (razziale, di classe, ecc.) tra quelle che lei definiva donne, per sfatare questa idea che ci possa essere una linea netta tra maschile e femminile e che possiamo definire le donne una categoria stabile. Ho riletto la discussione più di recente, tuttavia, e mi sono resa conto che non stavo avendo a che fare con quel tipo di essenzialismo, in questo caso particolare. La mia rivale citava la notoriamente transfobica Sheila Jeffreys, le cui idee sul genere non sono in realtà così lontane da quelle di altre femministe, di cui ho letto i testi per cercare di capire meglio questa naturalizzazione della gerarchia di genere (in particolare gli scritti di alcune di queste femministe, come Monique Wittig, sono anche stati riprodotti e distribuiti in spazi anarchici). Trovo che un certo numero di femministe radicali e queer abbiano promosso idee che possono potenzialmente danneggiare l’autonomia e l’agire di alcune persone. Possiamo prendere spunto da diverse autrici o ideologie, ma dobbiamo decisamente puntare verso qualcosa che sia potenziante per tutt*.

Trovo che i disaccordi tra femministe e persone trans[1] (non che si escludano a vicenda) sulla questione del genere si fondino sul fatto che “genere” non ha un significato condiviso e comune. Il termine genere viene usato per parlare degli aspetti sociali legati a quello che comunemente viene inteso come sesso (fisico/anatomico/genetico/ecc.) – il sesso viene percepito come il contenitore, e il genere come il contenuto (discuteremo più avanti il problema di questa distinzione). “Gli psicologi che scrivevano di transessualità furono i primi a usare la terminologia di genere in questo senso. Fino agli anni ‘60, “genere” era usato solamente per riferirsi alle parole maschili e femminili, come “il” e “la” in italiano. Tuttavia, allo scopo di spiegare perchè alcune persone sentivano di essere “intrappolate nei corpi sbagliati”, lo psicologo Robert Stoller (1968) cominciò ad usare i termini ‘sesso’ per descrivere le caratteristiche biologiche, e ‘genere’ per descrivere il grado di femminilità e mascolinità mostrati da una persona. Anche se (in linea di massima) il sesso e il genere di una persona si completavano a vicenda, separare questi termini sembrava avere un senso teorico, il che permetteva a Stoller di spiegare il fenomeno della transessualità: il sesso e il genere delle persone transessuali, semplicemente, non corrispondevano”.[2] Questa citazione non vuole validare la comprensione di uno psicologico riguardo alla transessualità e al genere, e nemmeno al binarismo, ma sottolineare il contesto in cui è stato inizialmente usato il termine ‘genere’. Quello che veniva discusso quando il termine divenne popolare all’interno del femminismo era come i ruoli e le caratteristiche sociali prescritti per le donne e gli uomini non fossero naturali ma imposti – che quindi le donne non sarebbero sottomesse se non fosse a causa di forze sociali, e che se potessimo spezzare la coercizione che rafforza il genere, tutt* potremmo essere noi stess*. Una concezione del “genere” come abbinamento sbagliato o disforia non ha necessariamente qualcosa a che fare con il binario, mentre la concezione femminista del genere si riferisce specifi catamente ai ruoli di genere binari e ai requisiti riguardanti l’abbigliamento e il modo di comportarsi.

Tutt* vogliamo la libertà dagli aspetti coercitivi del genere. Ma nella mente di alcune femministe il genere è intimamente collegato al potere: maschile/uomo è uguale a dominio, femminile/donna è uguale a subordinazione. Il “genere” si riferisce in questo senso a quello che dovremmo presumibilmente essere – ai ruoli prestabiliti. Ovviamente ci sarà sempre un disaccordo se la stessa parola viene usata anche per definire noi stess*. Eppure, il fatto che molte persone, che si identificano come femministe radicali e/o lesbiche femministe, non siano d’accordo sulla possibilità di separare il primo signifi cato dal secondo, spiega questa attitudine che ha portato, in diversi momenti e a diversi livelli, a commenti e/o azioni guidate dall’odio e dirette all’annullamento e/o all’ostracismo verso persone butch, femme, con identità mascoline o femminili, eterosessuali, bisessuali, lavoratrici del sesso e/o persone trans, in particolar modo persone trans assegnate come maschili alla nascita.

Forse il linguaggio è semplicemente inadeguato per descrivere tutto quello che si raggruppa sotto il termine “genere”. Kate Bornstein ci offre un’analisi dettagliata di diversi aspetti del genere: l’assegnazione di genere, l’attribuzione di genere, i ruoli di genere, l’identità di genere, ecc. L’assegnazione di genere, l’attribuzione e i ruoli sono coercitivi, e sono parte del sistema binario di genere. L’identità di genere, anche se in qualche modo basata sulle idee di genere di questa società patriarcale, riguarda più come tu ti identifichi in quanto a genere, che non deve necessariamente rientrare all’interno del binario. Judith Butler ha descritto il genere come performatività, un concetto che trovo intrigante, ma scritto in linguaggio largamente inaccessibile, e come è provato non affronta adeguatamente le dinamiche di potere che vi sono coinvolte, e nemmeno le modalità per cui le persone sono inclini verso un genere o un altro.

Gli aspetti coercitivi del genere, specialmente i ruoli di genere, si avvicinano di più alla concezione che alcune femministe hanno del ‘genere’. Chiamerò questo aspetto “strato di genere”, in mancanza di una definizione migliore. “Strato di genere” si riferisce anche, chiaramente, agli aspetti di genere all’interno di un ordine gerarchico. Poichè ho dei dubbi sul termine “identità”, per il fatto che può rafforzare l’idea di qualcosa di fisso o statico, userò il termine “inclinazione di genere” per riferirmi al senso che si ha di sé in termini di genere, anche se non ho la pretesa di essere in grado di definire precisamente cosa questo significa. Sono d’accordo nel dire che senza lo strato di genere, l’inclinazione di genere potrebbe avere un aspetto molto diverso, ma è impossibile sapere che aspetto avrebbe l’inclinazione di genere senza relazioni di potere. È importante riconoscere la complessità delle combinazioni di genere dei corpi, delle sessualità, degli stili di abbigliamento, delle caratteristiche emozionali, e delle attività di interesse, che non si possono semplicemente descrivere come un miscuglio e una corrispondenza all’interno di un binario.

È interessante che il potenziale di certe idee femministe che sfidano l’idea della coercizione di genere possa entrare in un tale conflitto con le concezioni dell’inclinazione di genere che anch’esse sfidano questa idea. Queste idee femministe hanno un valore nella loro analisi dello strato di genere, ma hanno bisogno di essere messe in discussione per il loro ciscentrismo o cissessismo [3] per quanto riguarda come si rapportano all’inclinazione di genere.

Lasciatemi passare al concetto di ‘razza’ per un attimo, poiché è utile vedere come razza e genere siano costrutti sociali eppure sia limitante paragonarli. Diversi anni fa, fui introdotta alla politica del New Abolitionism and Race Traitor:

“Gli abolizionisti... percepiscono la razza come una finzione. Crediamo che la cosiddetta razza bianca sia unicamente un costrutto sociale distruttivo... Crediamo che non siano i ‘razzisti’ (o il ‘razzismo’) ma il comportamento delle ‘persone bianche’ – bianche come in ‘razza’, non colore della pelle – alla radice dei più grandi mali del pianeta degli ultimi 500 anni... Non siamo interessat* a lottare per la ‘giustizia razziale’ perchè crediamo che una cosa del genere sia, per definizione, impossibile, e quindi assurda. Per ragioni simili, non troverai abolizionisti che lavorano per costruire un movimento ‘multirazziale’ o che rivendicano ‘l’armonia tra le razze’. Gli abolizionisti credono che il solo modo (sic) per gli umani di liberarsi dalla logica mortale della razza sia di abolire la razza bianca. Non di attaccare i razzisti ma di attaccare la razza bianca. Non di decostruire la razza bianca ma di distruggere la razza bianca”. [4]

La teoria aveva lo scopo di dare un ruolo alle persone bianche verso questo fine. L’idea era che “l’esistenza della razza bianca dipende dal volere di quelli assegnati ad essa di situare i loro interessi razziali al di sopra della classe, del genere o di ogni altro interesse che possiedono. La diserzione di un numero sufficiente dei suoi membri allo scopo di renderla inaffidabile come determinante di comportamento causerà delle scosse che porteranno al suo crollo”. [5] Anche se questa proposta finora è mancata di strategia, sono in gran parte d’accordo con l’analisi. Un aspetto particolarmente importante di questa teoria è che il costrutto sociale non è immaginario – ha eff etti molto reali, ma può essere cambiato perchè i costrutti sociali sono proprio questo.

Poco dopo essere entrata in contatto con queste idee intorno all’anno 2000, una parte di me sentiva che c’era qualcosa di queste che poteva venire applicato al genere. Quando lessi la seguente citazione di Kate Bornstein poco dopo, qualcosa scattò dentro di me: “L’oppressione continuativa delle donne dimostra solo che in ogni binario ci sarà sempre qualcuno sopra e qualcuno sotto. La lotta per gli uguali diritti deve includere la lotta per lo smantellamento del binario”. Al tempo in cui cominciai a leggere Bornstein, cominciavo a identificarmi come genderqueer, anche se ora mi identifico con questo termine solo a tratti e possiedo un’ampia quantità di privilegio cis. Anche come persona assegnata al genere femminile, che viene attribuita al genere femminile, e che in molti modi si presenta e si identifi ca come donna, vedo la mia liberazione come legata alla liberazione trans in modi che vanno molto più in là dello slogan “Nessuno è libero finchè tutti non saranno liberi”.

È comunemente accettato che sia la razza che il genere siano costrutti sociali. Anche se molte femministe hanno messo in discussione il genere come costrutto sociale, non sono andate abbastanza in là. È interessante notare che femministe come Colette Guillaumin hanno presentato idee sui generi e la razza che erano simili alle idee sulla razza che venivano dal Race Traitor/New Abolitionism, anche se i due movimenti sembrano non avere collegamenti. Più tardi, ho realizzato che una caratteristica comune tra le femministe che vedono il genere solo in termini di strato di genere è che sono spesso influenzate dal Marxismo e dal materialismo storico (da cui “Femminismo Materialista”). In particolar modo la femminista materialista francese Monique Wittig, collega di Guillaumin, parlò delle donne come di una ‘classe’.[6] Nel 1981 dichiarò:

“...Le donne sono una classe, vale a dire che la categoria ‘donna’ così come la categoria ‘uomo’ sono categorie politiche ed economiche non eterne. La nostra lotta ha lo scopo di eliminare gli uomini come classe, non tramite un genocidio, ma una lotta politica. Una volta che la classe ‘uomini’ sarà scomparsa, anche le ‘donne’ come classe scompariranno, perchè non ci sono schiavi senza padroni.” [7]

Poche persone sono d’accordo sul fatto che “classe” sia una parola utile per riferirsi alla categoria costituita dalle donne, poiché sicuramente una ricca donna bianca rende il paragone un po’ stupido. [8] Nonostante il fatto che il New Abolitionism/Race Traitor così come il Femminismo Materialista Francese prendano le idee marxiste e le trasformino in qualcosa di più della semplice ‘classe’, falliscono ancora in molti modi nel porre in luce l’intersezione delle lotte e nell’affrontare in maniera seria altre questioni di potere. Le idee Race Traitor,vedendo le cose in bianco e nero, hanno anch’esse avuto serie carenze nell’affrontare le questioni della colonizzazione e dell’immigrazione. Chiaramente il modo in cui la razza e l’essere bianchi sono stati costruiti è importante e dovrebbe essere bilanciato con un’analisi di come la realtà non sia così dicotomica. Per il femminismo, vedere le donne come una classe sembra implicare che ci si dovrebbe organizzare come una classe, ignorando coloro che non rientrano nettamente all’interno di nessuna delle due, anche se Wittig sostiene:

“...alcune strade indicate dal movimento femminista e lesbico ci riportano al mito della donna... e così risprofondiamo nel gruppo naturale... Questo ci mette nella posizione di combattere all’interno della classe ‘donne’ non come fanno le altre classi, per la sparizione della nostra classe, ma per la difesa della ‘donna’ e il suo rafforzamento”. [9]

Ci sono alcune implicazioni degne di nota, tuttavia, riguardo alla naturalezza delle categorie su cui si basa la gerarchia (o che la gerarchia ha creato?). In maniera interessante, queste femministe si interrogano sull’idea del sesso come base naturale su cui suddividere gli umani. Un’altra collega di queste femministe, Christine Delphy, ha scritto:

“Quelle di noi che sono femministe radicali e rivendicano anche un approccio materialista, sono, dopo anni di pensiero, arrivate alla conclusione provvisoria che per capire il patriarcato è necessario mettere radicalmente in discussione tutta l’ideologia patriarcale. Dobbiamo rigettare tutti i suoi presupposti, fino ad includere quelli che non ci sembrano tali ma categorie fornite dalla realtà stessa, per es. le categorie di ‘donna’ e ‘uomo’... pensiamo che il genere, la rispettiva posizione sociale delle donne e degli uomini, non sia costruito sulla categoria (apparentemente) naturale del sesso (maschile e femminile) ma piuttosto che il sesso sia diventato un fatto pertinente, quindi una categoria percepita, a causa dell’esistenza del genere... Per la maggior parte delle persone... il sesso anatomico (e le sue implicazioni fisiche) crea, o almeno permette, il genere – la divisione tecnica del lavoro. Questo a sua volta crea, o almeno permette, il dominio di un gruppo sull’altro. Crediamo, tuttavia, che sia l’oppressione che crea il genere; che logicamente la gerarchia della divisione del lavoro sia precedente alla divisione tecnica del lavoro e che abbia creato i ruoli in base al sesso, che noi chiamiamo genere. Il genere a sua volta ha creato il sesso anatomico, nel senso che la divisione gerarchica dell’umanità in due, trasforma una differenza anatomica (che in sé è priva di implicazioni sociali) in una distinzione rilevante per la pratica sociale. La pratica sociale, e solo la pratica sociale, trasforma un fatto fisico (che in sé è privo di significato, come tutti i fatti fisici) in una categoria di pensiero”. [10]

Notiamo qui che il genere sembra essere considerato sinonimo della “divisione tecnica del lavoro”, e quindi ha un significato specifico. Se la differenza sessuale ha senso solo a causa del genere così definito, questo ha implicazioni ancora più radicali che semplicemente riferirsi al genere come costrutto sociale, distinto dal sesso che viene prevalentemente considerato naturale.Il materialismo femminista differisce dal femminismo radicale anche nel fatto che il femminismo radicale tende a dare il sesso per scontato e a ritenere che la prima gerarchia sia stato il patriarcato (anche se il femminismo materialista potrebbe essere considerato un tipo di femminismo radicale e si intrecciano le collaborazioni e l’infl uenza tra le due correnti). Le femministe materialiste come Guillaumin e Delphy sostengono, come visto sopra, che il genere sia risultato di una sorta di gerarchia economica, seguita dal signifi cato del sesso come modo per naturalizzare questa gerarchia, anche se Delphy “vede la ricerca delle origini storiche dell’oppressione delle donne come inutile e impossibile, ed anche astorica, per il fatto che nega ciò che è specifico di ogni periodo storico”. [11]

Ho trovato il modo in cui Delphy tratta il concetto di costruzione sociale del sesso particolarmente interessante, perchè non si tratta di una posizione post-strutturalista, a cui infatti, come spiegherò più avanti, lei si oppone. Confrontando la teoria di Delphy con quella di Judith Butler, Stevi Jackson scrive, “Poichè per Butler il genere non ha una base materiale, il suo anti-essenzialismo porta alla conclusione che le donne non esistano se non come costrutto discorsivo. Per Delphy e Wittig, tuttavia, le donne esistono come categoria politica, come classe, a causa del patriarcato. Può non esserci alcuna base naturale per la categoria ‘donna’, ma vi è una realtà materiale e sociale”. [12] Anche se mi piace leggere Butler quando sono particolarmente ambiziosa, trovo che l’approccio materialista sia un po’ più “terra terra”, per così dire, anche se non mi trova completamente d’accordo.

Così come non c’è bisogno di negare l’esistenza di complessità come le varie sfumature di colore della pelle e di etnicità per comprendere la razza (e nello specifico un binario razziale come l’essere-bianchi vs non-essere-bianchi) come costrutto sociale, allo stesso modo anche le femministe possono mettere in discussione la natura delle categorie del sesso senza negare che ci siano persone con diversi tipi di genitali, cromosomi, ecc., capendo anche che quelle caratteristiche non sono nemmeno sempre coerenti nello stesso individuo. L’esistenza di persone intersex è chiaramente in contrasto con il concetto teoretico di due sessi che si escludono a vicenda.

Sia le differenze di razza che di sesso sono state gradualmente rese sempre più significative socialmente e politicamente. La razza si è sviluppata ed è diventata più concreta attraverso la schiavitù e i codici di schiavitù, i ‘convict leasing’ e i ‘codici neri’, le leggi di Jim Crow; e in maniera più sottile e complessa, attraverso la ‘drug war’, ecc. Il signifi cato di sesso/genere ha avuto una lunga storia con una sconfitta particolarmente storica per le donne: la caccia alle streghe durata alcuni secoli, descritta in profondità da Silvia Federici in “Caliban and the Witch”. E poichè l’Europa ha avuto un impatto sulla maggior parte del resto del mondo attraverso la colonizzazione, la storia particolare delle donne europee tende ad essere la storia della costruzione della donna e del sistema binario di genere per le donne di tutto il mondo. Tutto questo fa riferimento a una storia che ha effetti reali ma che certamente non riguarda allo stesso modo tutte le persone nella categoria.

Anche se è valido il concetto secondo cui la naturalizzazione dell’oppressione delle donne è costruita sulla stratificazione, e anche se trovo utile paragonare lo sviluppo dell’essere bianchi e della razza con quello delle divisioni di sesso/genere, trovo che questo paragone possa spesso portare a conclusioni sempliciste e a false analogie. Per quanto riguarda l’influenza di Marx, meno rilevanti oggi sono le teorie basate sulla divisione del lavoro (produzione/riproduzione, ecc.). Questo paragone aiuta a spiegare la stratificazione, e la naturalizzazione delle categorie sui è/era basata. Ma cosa dire allora di prima che esistesse il lavoro salariato, e di adesso che più donne lavorano per un salario? Cosa dire dell’oppressione di genere/sessualità nei paesi comunisti? Per non parlare della mancanza di prospettiva condivisa dalla seconda ondata del movimento femminista, principalmente bianca, sul fatto che tantissime donne di colore lavoravano mentre le mogli della classe media desideravano la “libertà” del lavoro salariato. E mentre le aspettative sul lavoro delle donne nella casa (come il cucinare e il pulire) sono, in generale, simili attraverso la razza e la classe, e indifferenti al fatto che una donna abbia o meno anche un lavoro fuori casa, questioni complesse come le attitudini della società riguardo a quali donne dovrebbero essere madri e quali no, per esempio, spesso non vengono riconosciute. Pur riconoscendo che Marx non era interessato all’oppressione delle donne, molte femministe hanno scritto dialogando con la Sinistra – con i marxisti, cercando quindi di rivedere le questioni di genere in termini marxisti allo scopo di spiegarle in modi non complicati da sfumature e questioni razziali.

In quanto ad applicare l’idea di abolire l’essere-bianchi al genere, qualunque tentativo approfondito di tracciare dei paragoni svela le grandi differenze tra come funziona la stratificazione di razza e quella di genere, per non citare il fatto che riconoscere l’inclinazione di genere rende il paragone ancora più difficile. Un esempio in più di come il paragone sia limitato sta nel fatto che l’essere-bianchi è qualcosa che si è esteso per ragioni politiche, per es. per includere più tardi gli Irlandesi e altri gruppi che precedentemente non erano considerati bianchi nonostante le caratteristiche e la pelle chiara. Potremmo anche tenere conto del fatto che possiamo trovare in natura, dove questo tipo di dinamiche di potere istituzionale non esistono, maschi di alcune specie animali che si comportano come la loro controparte femminile, o viceversa (anche al di là della sessualità), [13] ma sarebbe stupido paragonare questo all’ipotetico caso di un animale maculato che si “identifica” e comporta come un animale a tinta unita. [14]

La falsa analogia di razza e genere è una delle strade preferite dalle femministe transfobiche per sostenere l’illegittimità della transessualità. La femminista radicale e autrice di “The Vegetarian Myth”, Lierre Keith (fan di Sheila Jeffreys e Janice Raymond) ha scritto: “Non esiste una cosa che si chiama ‘donna’ o ‘uomo’ al di fuori delle relazioni sociali patriarcali”. Sarcasticamente poi crea un’analogia: “Io sono davvero una Nativa Americana. Come lo so? Ho sempre sentito una speciale connessione con gli animali, e ho cominciato a costruire tepee in cortile da quando ero bambina. A scuola insistevo a voler indossare mocassini... Il genere non è qualcosa di diverso. È una condizione di classe creata da una sistemazione brutale di potere”. Paragonare le persone transessuali (assegnate al maschile alla nascita), le drag queens, ecc. alle persone bianche che fanno il “blackface” è anch’esso molto comune.[15][Il Blackface è uno stile di makeup teatrale che consisteva nel truccarsi in modo marcatamente non realistico per assumere le sembianze stilizzate di una persona di pelle nera – ndt].

Gli scritti femministi materialisti francesi citati prima, popolari tra alcune femministe e/o queer radicali e anarchici, sono un po’ troppo compatibili con la transfobia. Lierre Keith sembra identificarsi come materialista. [16] Christine Delphy (che ha influenzato le idee sul genere di Theorie Communiste [17]) è stata citata negli scritti transfobici di Sheila Jeffreys, ed è possibile che Delphy sarebbe d’accordo con Jeffreys. Jeffreys scrive: “Concepire i generi come forme di comportamento dominanti e subordinate annulla l’idea che ci possano essere molti ‘generi’. Ci possono essere solo modi di esprimere dominio e sottomissione da parte di soggetti diversi dai soliti. I generi rimangono due. L’approccio queer che celebra la ‘performance’ di genere e la sua diversità, mantiene necessariamente i due generi in circolazione. Anzichè eliminare i comportamenti dominanti e sottomessi, li riproduce”. [18]

Jeffreys sa che ci sono diversi signifi cati di “genere”, e sceglie di preferirne una definizione specifica, come lei stessa scrive: “Non sono una fan della parola ‘genere’, e preferirei abolirla in favore di espressioni che fanno diretto riferimento alla fondazione politica del dominio maschile. Perciò preferisco descrivere la mascolinità come ‘comportamento dominante-maschile’ e la femminilità come ‘comportamento subordinato-femminile’. Da questa prospettiva non può emergere alcuna molteplicità di generi”. Certamente se quello di cui lei vuole parlare è il genere in questo contesto, allora non possono esserci generi multipli, ma la verità è che “genere” si riferisce ad altri concetti.

Questi esempi sono forse estremi e certamente non sono rappresentativi di tutte le femministe radicali. Eppure si possono ancora trovare argomenti di questo tipo usati da alcune femministe radicali trans-escludenti su vari siti web come quello che ha pubblicato “WE ARE THE 51%” in risposta al video chiamato “Hot Chicks of Occupy Wall Street”. [19] È un peccato che l’analisi delle femministe radicali trans-escludenti sia così accanita contro altre idee sull’inclinazione di genere, e i loro argomenti a volte così feroci, poiché mettono in discussione il modo in cui il genere (e a volte il sesso) binario sono stati naturalizzati per legittimare l’oppressione delle donne. Il femminismo radicale è di valore anche perchè, almeno in teoria, si oppone alla partecipazione nel “sistema”, mentre il femminismo liberale cerca l’inclusione.

Quello che è significativo è che alcune femministe radicali, nelle loro analisi, hanno concesso spazio ad una molteplicità di generi/sessi al di fuori delle relazioni di potere. Per esempio, Judith Butler scrive: “...Wittig ritiene che il rovesciamento del sistema binario del sesso possa aprire a un campo culturale di molti sessi... ‘Per noi ci sono non uno o due sessi, ma molti (cf. Guattari/Deleuze), così tanti sessi quanti sono gli individui’. La proliferazione senza limiti dei sessi, tuttavia, implica necessariamente la negazione del sesso in quanto tale” [20]. ‘Sessi’, qui, si riferisce forse a quelle che la maggior parte delle persone definirebbe ‘identità di genere’ (inclinazione di genere), perchè non sembra potersi riferire ai sessi anatomici (e nemmeno allo strato di genere). E ovviamente, come fa notare Butler, il rovesciamento del binarismo dei sessi rende il sesso senza significato, e questo è il punto principale, ma è rilevante che ci sia una concezione dei sessi al di fuori della gerarchia binaria del sesso, anche se questo è solo per mancanza di una parola migliore di ‘sesso’ (per le femministe materialiste francesi, usare il termine “genere” rafforza l’idea che il sesso sia naturale [21]).

Andrea Dworkin in maniera simile ha scritto: “Noi siamo, chiaramente, una specie multisessuale che vede la propria sessualità diffusa lungo un vasto fluido continuum, in cui gli elementi chiamati maschili e femminili non sono separati”. [22]

Sfortunatamente, nonostante abbia scritto di voler porre fine alla persecuzione delle persone trans, la Dworkin non solo si è coinvolta nella pubblicazione transfobica di Janice Raymond, ma ha anche sostenuto, in maniera parecchio arrogante, che “una comunità costruita sull’identità androgina signifi cherà la fine della transessualità come la conosciamo. Che il/la transessuale sia in grado di espandere la propria sessualità in una fluida androginìa, o che scompaiano i ruoli, il fenomeno della transessualità scomparirà”. [23]

Quali sono le implicazioni del promuovere una società senza genere o neutrale in fatto di genere? Chiaramente un tentativo in questo senso è la conclusione logica per chiunque sostenga che identificarsi come donna/femminile significhi identificarsi con la subordinazione. Mentre alcune, come Wittig, hanno sostenuto che il lesbismo sfugge al binario di genere (lei sosteneva che le lesbiche non sono donne, economicamente, politicamente, o ideologicamente), altre più nello specifico hanno proposto e/o adottato l’androginia o l’assenza di genere (non ho chiaro se l’androginia significhi assenza di genere) come soluzione.

Ma questo allora va contro l’autodeterminazione.

Leslie Feinberg ha qualche interessante riflessione sull’androginia come strategia:

“Molt* nel movimento... si sono imbarcat* in un audace esperimento sociale. Speravano che liberare gli individui dalla femminilità e dalla mascolinità avrebbe aiutato le persone ad essere considerate su una base più equa che facesse risaltare le qualità e i punti di forza di ogni persona. Speravano che l’androginia avrebbe rimpiazzato la mascolinità e la femminilità e avrebbe aiutato a sbarazzarsi di tutte le espressioni di genere. Vent’anni dopo quell’esperimento sociale, abbiamo il privilegio del senno di poi. Il modo in cui gli individui si esprimono è una parte molto importante di quello che sono. Non è possibile costringere tutte le persone a vivere al di fuori della femminilità e della mascolinità. Solo le persone androgine vivono a loro agio in quello spazio di genere. Non c’è pressione sociale forte abbastanza da costringere chiunque altro a situarsi lì. Le persone trans sono un esempio della futilità di questa strategia... Le persone non devono rinunciare alla loro individualità o alla loro particolare espressione di genere con lo scopo di combattere l’oppressione di sesso e genere. È esattamente l’opposto”. [24]

Sembra che le persone che si identificano con l’androginia (tra le quali mi annovero, a un certo livello) spesso abbiano la pretesa di considerare la loro/nostra idea di genere come neutrale e corretta, allo stesso tempo esprimendo giudizi nei confronti di coloro che loro/noi riteniamo abbiano “più genere”. Qualcuno/a potrebbe sostenere, come alcuni/e hanno fatto, che niente può esistere al di fuori del genere. Il concetto di androginia o assenza di genere verosimilmente fa affidamento sulle polarità della mascolinità e femminilità che cerca di contrastare, neutralizzare o mischiare. [25] Ciò che va esaminato ulteriormente sono i modi in cui lo strato di genere può essere abolito permettendo allo stesso tempo libertà di inclinazione di genere.

Mi è sempre sembrato che l’androginia, per le persone assegnate al femminile alla nascita, abbia un aspetto più maschile che femminile. Sembra anche esserci una tendenza per cui gli uomini trans sono più spesso, anche se certamente non sempre, accettati dalle femministe rispetto alle donne trans, in conseguenza di questo concetto di androginia.

“La feticizzazione degli uomini trans e di altre persone trans mascoline, considerate inerentemente più trasgressive o senza genere, è anch’essa il prodotto di un serio problema, spesso non affrontato, all’interno del femminismo: l’interiorizzazione della norma patriarcale ‘maschio-come-default’, che si esprime in questo caso nel vedere gli uomini o le persone mascoline come più androgini/e, e con ‘meno genere’ rispetto a quelle femminili e/o alle donne. Questa è una reliquia del pensiero patriarcale che vede le donne come sessuate e gli uomini come normali, le donne come diverse e gli uomini come neutrali, le donne come in possesso di genere mentre gli uomini come umani. L’idea espressa da alcune teoriche e dalla platea di femministe che seguono quella linea di pensiero è che le persone trans con espressioni mascoline e che non si identificano nel binario siano in qualche modo con ‘meno genere’ o androgine o perfino al di là dei generi... Non è possibile possedere quantitativamente ‘meno genere’ di qualcun altro/a, si ha solo un genere diverso”. [26]

Chiaramente questo tipo di attitudine potrebbe applicarsi anche all’androginia nelle persone non-trans* (o l’androginia è inclusa in trans*? Cosa significa essere cisgender per le lesbiche androgine?). Qui vale la pena riconoscere che non ci può essere un perfetto centro universalmente riconosciuto di questo continuum tra la femminilità e la mascolinità (sempre se il genere si può dire essere un continuum con la femminilità e la mascolinità come poli), ed è chiaro che le caratteristiche più di valore sono espropriate dalla mascolinità, come per esempio la forza, la competenza, la sicurezza di sè, ecc., anche se queste cose non appartengono agli uomini. Dobbiamo anche considerare il modo in cui la femminilità in particolare è stata modellata da razza, classe e capitalismo. [27]

Ora, ovviamente, identificarsi con la parola ‘maschile’ può anche causare a qualcuno di essere snobbato da alcune femministe. Eppure ci sono idee molto diverse su cosa sia la mascolinità. Mentre ad alcune persone trans assegnate al femminile alla nascita non piace il termine ‘maschile’, altre lo sposano, usando termini come “uomo trans”, ecc. A volte “butch” è intercambiabile con “maschile” mentre altre volte non lo è. Come spiegato, nella prospettiva femminista radicale/lesbica la mascolinità è spesso considerata sinonimo di dominazione. I modi in cui uomini transgender e cisgender femministi e altri incarnano e/o rappresentano la mascolinità può fornire modelli di mascolinità differenti.

“Mascolinità patriarcale”, un termine usato da bell hooks, differenzia diversi tipi di mascolinità. [28] Mascolinità non viene automaticamente equiparato a dominio (e la femminilità alla subordinazione) nella mente di hook, perchè hook riconosce che solo perchè una persona è in una categoria oppressa non significa che non possa essere un oppressore in un altro modo, come è accaduto tra le femministe bianche (presumibilmente incluse molte femministe radicali) che hanno giustificato la partecipazione delle donne al dominio.

Mentre molte femministe radicali tendono ad essenzializzare il genere (a causa del significato che applicano al termine), quelle di cui ho discusso sono di fatto contrarie all’essenzializzazione del sesso – nel senso che tendono a credere che non vi sia qualcosa di ‘innato’ riguardo alle persone il cui corpo viene assegnato al femminile (anche se presumibilmente per alcune femministe radicali è così). Essenzializzare i sessi significherebbe rafforzare il binario (negando la costruzione sociale del genere/sesso) e quindi la gerarchia. Non c’è bisogno di dire che è qui che rientra un’altra delle critiche nei confronti delle persone transgender e specialmente transessuali. L’argomento usato è che queste persone rafforzerebbero il binarismo.

Il transfemminismo offre un approccio femminista particolare a molte di queste questioni dalla prospettiva di alcune femministe trans*, specialmente alla luce del fatto che alcune narrative trans possono rafforzare la naturalizzazione del genere. Emi Koyama critica la tendenza ad adottare una spiegazione per le persone trans che possa rafforzare il binario di genere:

“Man mano che le persone trans cominciano ad organizzarsi politicamente, è invitante adottare la nozione essenzialista di ‘identità di genere’. Il cliché reso popolare dai mass-media è che le persone trans siano ‘donne intrappolate in corpi di uomini’ o viceversa. L’attrattiva di una tale strategia è chiara, poiché la popolazione generale è più probabile che ci supporti se possiamo convincerla che siamo in qualche modo nati/e con un errore biologico sul quale non abbiamo alcun controllo [sic]. È spesso anche in sintonia con il nostro stesso senso di chi siamo, che per noi è molto profondo e fondamentale. Tuttavia, come transfemministe, resistiamo a questo tipo di tentazioni a causa delle loro implicazioni.

Le persone trans sono spesso state descritte come coloro il cui sesso fisico non corrisponde al genere della loro mente o anima. Questa spiegazione può avere senso intuitivamente, ma è tuttavia problematica per il transfemminismo. Dire che una persona ha una mente o un’anima femminile significherebbe che ci sono menti maschili e femminili, diverse le une dalle altre in qualche maniera identificabile, credenza che può essere usata a sua volta per giustificare la discriminazione contro la donna. Essenzializzare la nostra identità di genere può essere tanto pericoloso quanto ricorrere all’essenzialismo biologico.

Il transfemminismo crede che costruiamo le nostre stesse identità di genere sulla base di cosa sentiamo come genuino, confortevole, e sincero per noi mentre viviamo e ci relazioniamo con gli/le altri/e all’interno di un dato limite sociale e culturale”. [29]

Perfino gli ormoni e la chirurgia non sono per forza incompatibili con il rigetto del binarismo di genere. E mentre una più ampia accettazione sociale può essere ottenuta con la condivisione delle narrative personali, specialmente riguardanti bambini/e con cosiddetto “disturbo di identità di genere”, ci sono certamente delle critiche rispetto a questo tipo di narrative all’interno della comunità trans*. Sandy Stone scrive approfonditamente di questo in “The Empire Strikes Back”: “Abbiamo bisogno di un linguaggio analitico più profondo per la teoria transessuale, che lasci spazio alle ambiguità e alla molteplicità di voci che hanno già guidato ed arricchito, in maniera così produttiva, la teoria femminista... Per esempio, nella ricerca della diagnosi, una domanda che viene a volte fatta a una probabile transessuale è: “Immagina di poter essere un uomo (o donna) in tutto e per tutto tranne che per i genitali; saresti soddisfatto/a?”. Ci sono molte possibili risposte, ma solo una è clinicamente corretta. Poco da stupirsi, quindi, se così tanti di questi discorsi ruotano intorno alla frase “corpo sbagliato”.” [30]

Si possono probabilmente trovare esempi in cui alcune persone trans* usano gli stereotipi di genere per spiegare il loro senso di inclinazione di genere, una strategia a volte funzionale a facilitare la comprensione di queste storie alle persone cisgender. Ovviamente essere trans* non rende automaticamente critici/e rispetto al binarismo di genere o alla gerarchia.

“Alcune persone trans* hanno interiorizzato l’oppressione. Ma non parlano per tutt* noi, non più di quanto le femministe cisgender permetterebbero a Sarah Palin di pretendere di parlare per loro”. [31]

Credo non ci sia alcun bisogno di giustificare l’inclinazione di genere di nessuna/o, finchè si è consenzienti rispetto a quella inclinazione di genere e questa non faccia del male a nessuno/a. Non sono d’accordo con alcune femministe radicali trans-escludenti e perfino con alcune persone trans* che sostengono che le persone che si identificano nel binario rafforzano lo strato di genere in modo significativo. Come anarchica, vedo il bisogno di un equilibrio tra libertà individuale e libertà collettiva, e non credo che l’identificazione nel binario sia in qualche modo una minaccia alla libertà collettiva. Al contrario, interporsi nella libertà di agire delle persone è invece una minaccia alla libertà collettiva. [32]

Concentrarsi sulle persone trans* che si identificano nel binario e che presumibilmente perpetuerebbero il binario di genere, fa tornare in mente l’accusa alle lavoratrici del sesso di perpetuare l’oggettivazione delle donne, anziché dirigere quell’accusa piuttosto verso il capitalismo, la misoginia, e la regolamentazione della sessualità.

Inoltre, le persone trans tendono a subire un quantità spropositata di astio per il fatto di perpetuare il binario di genere, rispetto alle donne cisgender eterosessuali femminili che si identificano nel binario (nonostante tali donne abbiano subito anche accuse di collusione con l’oppressore, tra le altre cose). “Quando le donne trans subiscono, per ogni aspetto di come si presentano, un esame e una catalogazione in “iper-femminile”, e quindi falso, o “non femminile abbastanza”, e quindi maschile, mentre le stesse caratteristiche sarebbero viste come normali in una donna cisgender, quella è transmisoginia...”. [33]

Forse identificarsi nel binario non significa nemmeno perpetuarlo. Emi Koyama fa notare che l’esistenza transessuale “destabilizza le definizioni essenzialiste del genere e svela la natura costruita dell’essenzialismo”. Più avanti, afferma: “Nelle ‘comunità di donne’, l’esistenza transessuale è particolarmente minacciosa per le femministe-lesbiche bianche di classe media, perchè svela l’inaffidabilità del corpo come base della loro identità e politica, e la fallacia dell’universalità delle esperienze e dell’oppressione delle donne. Queste valide critiche contro la politica identitaria femminista sono state fatte da sempre da donne di colore e donne della classe lavoratrice...”. [34] Le persone trans* rappresentano chiaramente una minaccia anche per l’ordine del genere, tanto che talvolta sono soggette a violenza. Tuttavia, niente di tutto questo vuole intendere che si debba essere esentati/e dalle critiche semplicemente per il fatto di non rientrare nel binarismo di genere.

Possiamo e dobbiamo discutere dell’abolizione del genere, ma nel farlo, dobbiamo essere precisi/e (ovvero: abolire il binario di genere, lo strato di genere, ecc.) e critici/e delle implicazioni che ha appellarsi in maniera astratta all’abolizione del genere, in nome della liberazione. È sconcertante che un desiderio di liberazione possa portare a rigettare l’importanza di rispettare i pronomi di genere di una persona, per esempio.

Fare appello all’abolizione del genere può suonare simile alla chiamata all’androginia a cui Leslie Feinberg ha dato una risposta poco sopra. In “Politicizing Gender: Moving toward revolutionary gender politics”, l’autrice, Carolyn, scrive: “Per molti/e antiautoritari/e ci può essere la tentazione di ‘distruggere il genere’ o ‘distruggere i ruoli di genere’. Questo per alcune persone può sembrare logico. Tuttavia, io credo che anche questo porti a una forma diversa di autoritarismo... una rivoluzione di genere sarà significativa solo se rafforza tutt* in maniera considerevole... Il genere deve venire liberato, ma tutt* dobbiamo poter avere voce in capitolo su cosa questo significa, non da una teoria astratta predeterminata, ma da una sintesi delle esperienze delle persone reali”. [35]

La libertà di scelta su cosa verrà fatto o non fatto su o con i nostri corpi, lega insieme le lotte di molte persone del passato e del presente, dalla promozione del consenso negli approcci sessuali e nelle relazioni (che include la posizione anti-matrimonio di donne anarchiche del passato), alla libertà riproduttiva (libertà di aborto/controllo delle nascite, e di avere figli, un’istanza quest’ultima trascurata per troppo tempo dal movimento pro-choice prevalentemente bianco), libertà dalla repressione riguardo alla scelta del/la partner, ecc. Nonostante ci sia molto disaccordo su questioni come se la prostituzione perpetui l’oppressione delle donne o no, l’obiettivo finale condiviso dalla maggioranza è di vivere tutti/e in un mondo dove ci sia totale libertà di scelta sui nostri corpi – quindi che i controlli istituzionali vengano aboliti.

Le analisi femministe materialiste e/o femministe radicali sono utili per comprendere come questa gerarchia è stata fatta passare per naturale. Tuttavia, queste analisi non solo ignorano/rigettano l’inclinazione di genere come qualcosa di diverso dallo strato di genere, ma si basano anche su questo concetto di genere come relazione simile a quella di classe, mentre in realtà le donne non ne vengono toccate con le stesse modalità.

bell hooks scrive: “Un pilastro centrale del pensiero femminista moderno è stata l’affermazione che ‘tutte le donne sono oppresse’. Questa affermazione implica che le donne condividano un destino comune, che fattori come la classe, la razza, la religione, la preferenza sessuale, ecc. non creino una diversità di esperienze che determina quanto il sessismo sarà una forza oppressiva nelle vite delle singole donne. Il sessismo come sistema di dominazione è istituzionalizzato, ma non ha mai determinato in maniera assoluta il destino di tutte le donne in questa società”. [36]

Parte di come vedo il funzionamento del binario di genere e della gerarchia è che formano un’alleanza che si interseca con la classe (e la razza). Agli uomini sono concessi una serie di vantaggi che si manifestano parzialmente come accesso ai corpi, e al lavoro privato, delle donne; questo indebolisce la capacità delle donne e degli uomini della classe lavoratrice (o la capacità dei/le non-bianchi/e) di unirsi nella resistenza e nella solidarietà, in maniera simile a come l’essere-bianchi impedisce alla classe lavoratrice di essere unita. Per una ragione simile sento che dovrebbe esserci un’analisi di genere all’interno dell’analisi Race Traitor, ovviamente così come un’analisi di genere dovrebbe essere intersezionale. Mentre è utile una prospettiva storica, come lo è vedere i modi in cui funzionano il binario di genere e la superiorità maschile, è troppo semplicistico vedere il maschile e il femminile come se fossero relazioni simili alla classe. L’obiettivo finale è la liberazione totale, non solo l’uguaglianza di genere. Se il femminismo non cerca di porre fine al dominio e alla gerarchia, deve essere abbandonato o esteso (diventando anarco-femminismo).

Spero sia chiaro che non sto sostenendo che la trasgressione di genere in sé possa rovesciare la gerarchia di genere. È evidente come buona parte della trasgressione di genere sia recuperabile [dal sistema – ndt]. Quando gli uomini negli anni ‘60 hanno cominciato a portare i capelli lunghi era visto come una minaccia per la stabilità del genere, ma alla fine anche questo è stato assimilato per la maggior parte nella mascolinità. Questo è solo un esempio. Qualunque cosa sia rivoluzionaria deve essere accompagnata da un desiderio di porre fine a tutti i tipi di dominio, incluso il considerare la mascolinità sinonimo di dominio, così come il giustificare il dominio da parte di femministe che ritengono impossibile che delle donne possano dominarne altre.

Il binario di genere e la gerarchia devono essere aboliti e chiunque deve essere libero/a di essere ciò che è, rifiutando allo stesso tempo di prendere parte a relazioni gerarchiche. Come questo possa realizzarsi è una grande domanda. Coloro che vogliono abolire il genere hanno bisogno di chiedersi se questo significa sovrastare le inclinazioni di genere consensuali delle persone che possono rientrare nel binario. Eppure un approccio comunemente accettato, che si concentra sul linguaggio e sulla decostruzione, e/o sul promuovere una proliferazione dei generi come mezzo per rendere senza senso il binario di genere (la proliferazione dei generi può significare la negazione del genere?), può non essere sufficiente per cambiare qualcosa. O forse è necessario anche se accompagnato da altri sforzi. Altri/e vedono la proliferazione dei generi non funzionare come negazione del genere, e quindi come controproduttiva oppure, al meglio, come una parte soltanto della lotta. Dobbiamo interrogarci su quanto un aumento di libertà nella trasgressione di genere e nella sessualità ci venga concesso a causa dei bisogni che cambiano del capitalismo e dello Stato, o in conseguenza delle lotte di femministe, queers, e persone trans* negli anni (o entrambe le cose – e quanto gli sforzi di questi ultimi siano da parte di persone prevalentemente bianche e di classe media).

Le femministe materialiste tendono a vedere la relazione economica tra uomini e donne come la base su cui si situa la gerarchia di genere, per cui sostengono che ci sia bisogno di un cambiamento nelle condizioni materiali. Anche se può essere troppo semplicistico situare il disaccordo in termini di posizioni femministe radicali/materialiste vs. posizioni della teoria queer/poststrutturaliste/postmoderne, questa divisione fornisce qualche approfondimento sui disaccordi riguardanti la strategia. Considerando la mia preferenza per la “poliamorosità teoretica” [37], e con il fatto che la maggior parte dei miei studi su queste tematiche sono stati al di fuori di un contesto accademico, posso non essere in grado di posizionare adeguatamente le due diverse posizioni e il loro conflitto. Allo stesso tempo, ci sono chiare accuse nei confronti del post-strutturalismo e postmodernismo:

“Come fece notare Chistine Delphy in un articolo del 1993... [il postmodernismo] è irrilevante per analizzare la natura socialmente costruita del genere, perchè come strumento linguistico non è stato progettato per discernere le differenze. Quando questa trappola non viene riconosciuta, può portare i/le post-strutturalisti/e a decostruire le relazioni di genere in un vuoto socio-economico, distruggere ogni concezione collettiva di donna o donne attraverso la frammentazione dei soggetti femminili. Ignorando il fatto che la differenza e il dominio vanno mano per mano, i/le post-strutturalisti/e negano o mascherano il fatto che l’analisi di genere riguardi, dopo tutto, l’autorità degli uomini sulle donne, preferendo parlare di identità multiple e indeterminate”. [38]

A volte quelle identità multiple e indeterminate sono importanti. Mentre sono d’accordo che parlare di genere in un vuoto socio-economico lo renda in effetti irrilevante, lo è anche ignorare la complessità dell’oppressione. Andrea Smith scrive:

“La politica queer ha esteso la nostra comprensione della politica dell’identità non dando per scontate categorie fisse di persone, ma guardando piuttosto a come queste categorie identitarie possano normalizzare chi è accettabile e chi è inaccettabile, perfino all’interno dei movimenti di giustizia sociale. Ha anche dimostrato che molte persone possono venire “queerizzate” nella nostra società – ovvero, indipendentemente dalla loro identità di genere/sessuale, possono essere segnalate come inerentemente perverse e quindi indegne di considerazione sociale (è così per le lavoratrici del sesso, i prigionieri, i ‘terroristi’, ecc.). Ci organizziamo spesso con quelle persone che sembrano le più ‘normali’ o accettabili per le masse. O ci impegniamo in una politica identitaria basata su una visione di purezza razziale, culturale o politica, che mette da parte chiunque devia dalla ‘norma’ rivoluzionaria”. [39]

Non credo che il femminismo si rivolti adeguatamente se non si oppone al binario di genere promuovendo allo stesso tempo la liberazione da tutti i sistemi di dominio. E ovviamente intendo che il femminismo è rivoltante [come nel titolo originale del testo – ndt] quando è transfobico e quando giustifica la partecipazione in sistemi di dominio. Non sono completamente attaccata al concetto di femminismo, specialmente se mantiene il binario di genere. Ma che aspetto ha la libertà dall’oppressione di genere? Per quanto riguarda le questioni affrontate, una domanda è: come lottare per il cambiamento delle condizioni materiali di chi è oppresso/a dal binario e dalla gerarchia di genere affrontando allo stesso tempo il dominio e la gerarchia in genere, riconoscendo anche la complessità e l’intersezionalità dell’oppressione? Un’altra domanda è: la fine dello strato di genere richiede una fine di tutti gli aspetti del genere? Se è così, ci sono altri modi di raggiungere lo scopo diversi dal costringere le persone a diventare ‘senza genere’?

Spero di avere un riscontro su queste questioni, poiché questa discussione deve andare avanti...

Cercate il mio saggio “Gender Sabotage”, su un tema simile, nel libro di prossima uscita Queering Anarchism: Essays on Gender, Power and Desire(AK Press, 2013).

Visitate **anarchalibrary.blogspot.com**

[1] Molte persone scelgono di scrivere Trans* con un asterisco come modo per rappresentare l’intera comunità Trans*. L’asterisco rappresenta i molti sostantivi che si possono attaccare alla parola “trans” come per esempio “-gender”, “-sessuale”, “queer”, “fluidità”, ecc. La parola “trans” da sola, anche se è comunque utile, veicola spesso un singolo signifi cato (come trans-gender o trans-sessuale)”. Da: transbodypride.tumblr.com (qui includo genderqueer, ecc., non solo identità che includono la parola “trans”)

[2] “Feminist Perspectives on Sex and Gender” plato.stanford.edu

[3] ‘cisgender’, da ‘cis-’ = “sullo stesso lato” + ‘gender’; in contrasto con ‘trans-’, “che attraversa”; entrambi i prefissi vengono dal Latino, ed entrambi sono usati in chimica con significati simili: dglenn.dreamwidth.org
‘Ciscentrismo’: un sistema pervasivo e istituzionalizzato che considera ‘Altro’ le persone transgender e tratta i loro bisogni e identità come meno importanti di quelli delle persone cisgender. Http://urban-dictionary.com/define.php?term=ciscentrism
Cissessismo: la credenza che i generi in cui si identifi cano le persone trans siano inferiori o meno autentici di quelli delle persone cissessuali – en.wikipedia.org

[4] New Abolitionist Newsletter website (1999): racetraitor.org

[5] “Abolish the White Race – By Any Means Necessary” (1993). racetraitor.org
Il concentrarsi sul ruolo del bianco sembra qui avere principalmente a che fare con persone bianche che parlano ad altre persone bianche del loro/nostro ruolo specifico, non che questo sia il solo approccio per porre fine alla supremazia bianca. Continuo a trovare interessante paragonare questo al fatto che la maggior parte delle discussioni sul porre fine all’oppressione del genere sia centrata sulle donne. C’è stato un disaccordo all’interno di gruppi come Bring the Ruckus, molti membri del quale hanno aderito alle idee Race Traitor, su quanto le persone bianche siano messe al centro da questo tipo di approccio. “È ancora un punto di divergenza tra quelli influenzati dalla politica Race Traitor all’interno di BTR e me, questa pesante fiducia data ai bianchi è il difetto della teoria Race Traitor, anche se non sono necessariamente in disaccordo con la teoria”, juan de la qruz. “Not on Donovan Jackson, on Haters who Claim We’re White” (2004). www.bringtheruckus.org

[6] Wittig è molto critica su Marx e il Marxismo per la loro mancanza di analisi sul genere, tuttavia, nel 1970, in “Per un Movimento di Liberazione delle Donne” di Monique Wittig, Engels viene citato diverse volte, incluse le sue frasi “La prima opposizione di classe che si è manifestata nella Storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio coniugale; e la prima oppressione di classe, con l’oppressione del sesso femminile da parte del sesso maschile”, e “L’uomo è il borghese, la donna la proletaria”. Stampato su Namascar Shaktini, “On Monique Wittig” (2005).

[7] Wittig, Monique. “One is Not Born a Woman” (1981) stampata in “La Mente Eterosessuale” (1992), zinelibrary.info

[8] Delphy ha scritto: “dire che la moglie di un uomo borghese sia essa stessa una borghese è tanto esatto quanto dire che lo schiavo del proprietario di una piantagione è lui stesso un proprietario di piantagione”, Delphy, “Close to home”, pag. 72
Questo può essere contrapposto a “Le donne delle classi alte non sono semplicemente compagne di letto dei loro mariti benestanti. Come regola hanno legami più stretti che le tengono insieme. Sono compagne di letto economiche, sociali e politiche, unite in difesa della proprietà privata, del profitto, del militarismo, del razzismo – e dello sfruttamento di altre donne... Opporre le donne come classe contro gli uomini come classe può risultare solo in una diversione dalla reale lotta di classe”. Evelyn Reed, “Women: Caste, Class, or Oppressed Sex?” 1970.

[9] vedi nota 7

[10] Christine Delphy “Close to Home”. (1984) pag. 144.

[11] Stevi Jackson. “Christine Delphy” (1996) pag. 51.

[12] Stevi Jackson. “Christine Delphy.” (1996) pag. 137.

[13] vedi Bruce Bagemihl. “Biological Exuberance” (1999) e Joan Roughgarden “Evolution’s Rainbow” (2004)

[14] Sono appena finita per caso su questo link: againstallevidence.wordpress.com che fa proprio questo tipo di paragone... più o meno.

[15] “Bob Jensen, Lierre Keith et al. : “The Rabid, Transphobic Hate-Mongering of the Anti Pornography Movement” (2010) transmeditations.wordpress.com

[16] “Penso sia cruciale capire cosa differenzia il liberalismo dal radicalismo. Penso che possiamo evitare un sacco di discussioni inutili e traumi di gruppo cercando di capire le correnti filosofiche che stanno dietro ai vari approcci politici al cambiamento sociale. Una differenza fondamentale è idealismo vs materialismo. Il liberalismo è idealista; il fulcro della realtà sociale è situato nel reame delle idee, nei concetti, nel linguaggio, nelle attitudini. E il liberalismo è individualista. L’unità sociale di base è l’individuo. Al contrario, il radicalismo è materialista. I radicali vedono la società come formata da istituzioni reali – economiche, politiche, culturali – che brandiscono il potere, incluso il potere di usare la violenza. L’unità sociale di base è una classe o un gruppo, che sia una classe razziale, una casta sessuale, una classe economica o un altro raggruppamento. Il radicalismo considera l’oppressione come un male basato sul gruppo”. Intervista – In the Wake: www.lierrekeith.com

[17] Roland Simon. “Gender distinction, programmatism and communisation” libcom.org
E Maya Andrea Gonzalez, “Communization and the Abolition of Gender” www.scribd.com p223

[18] Sheila Jeffreys (questa mi è stata citata in una e-mail e non ho la fonte esatta).

[19] Questo è l’articolo che menziono: againstallevidence.wordpress.com
Vedi anche i vari altri articoli selezionando il tag “politica trans”: againstallevidence.wordpress.com

[20] Judith Butler. “Gender Trouble” (1990) pag. 118. Butler cita questa frase dal testo di Wittig “Paradigm” del 1979.

[21] “Credono che rafforzi l’idea che il ‘sesso’ in sé sia unicamente naturale”. Delphy, Christine. “Rethinking Sex and Gender.” (1993) pag. 5-6.

[22] Dworkin, Andrea. “Woman Hating” (1974) pag. 183

[23] Dworkin era di sicuro cissessista, ma forse non così transfobica come alcune altre femministe radicali. Ha scritto: “Uno: ogni transessuale ha il diritto di sopravvivere nei suoi propri termini... ha diritto a un’operazione di cambio di sesso, e questa dovrebbe essere fornita dalla comunità come una delle sue funzioni. Questa è una misura di emergenza per una condizione di emergenza. Due, cambiando le nostre premesse sugli uomini e sulle donne, il gioco dei ruoli e la polarità., la situazione sociale dei/le transessuali sarà trasformata, e i/le transessuali saranno integrati/e nella comunità, non più perseguitati/e e disprezzati/e. Tre, una comunità costruita sull’identità androgina significherà la fine della transessualità come la conosciamo. Che il/la transessuale sia in grado di espandere la propria sessualità in una fluida androginia, o che scompaiano i ruoli, il fenomeno della transessualità scomparirà e quell’energia sarà trasformata in nuove modalità di identità e comportamento sessuale”. daisysdeadair.blogspot.com Quindi se Dworkin voleva convalidare alcuni aspetti dell’autonomia e dell’autodeterminazione trans, invalida però la loro inclinazione di genere come qualcosa che scomparirà. “Dworkin in realtà è andata avanti a dare la sua assistenza a Raymond nella scrittura di “The Transsexual Empire”, in particolar modo il capitolo IV “Sappho by Surgery”. È in questo capitolo che Raymond scrive: “Tutte le transessuali stuprano i corpi delle donne riducendo la forma femminile a un artefatto, appropriandosi di questo corpo per loro stesse. Inoltre, la femminista lesbica transessualmente costruita stupra anche la sessualità e lo spirito delle donne”. Raymond poi va avanti suggerendo che è impossibile per le lesbiche trans avere esperienze sessuali consensuali con donne cisgender. Dworkin, di fatto, ha dato un’adesione entusiastica a “The Transsexual Empire” quando il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1979. A parte una citazione condiscendente da “Woman Hating”, nei successi tre decenni Dworkin è stata totalmente complice di tutti gli attacchi verso le donne trans, e verso le persone trans in generale, da parte dei suoi più stretti amici/e e colleghi/e”.
transfeminism.tumblr.com

[24] Leslie Feinburg, “Trans Liberation” (1998), pag. 53.

[25] “Le femministe queer, tra le altre, hanno messo in discussione la categoria di ‘donna’ come base per l’attivismo politico. Ritornando al criticismo della trasgressione, la teoria queer produce potenzialmente le sue proprie forme di normalizzazione e gerarchia. ‘Le identificazioni femministe hanno, a volte, cercato di ingiungere alle donne di essere simili tra loro, diventando visibilmente diverse dalle norme convenzionali sulla femminilità, nella direzione della neutralità di genere o della non specificità, che è, ovviamente, anch’essa un genere. L’enfasi queer sull’ostentazione anti-normativa ci ingiunge ad essere diverse dalle norme convenzionali della femminilità attraverso identificazioni in divenire e provocatorie. Concettualmente, quindi, e anche politicamente, qualcosa chiamato femminilità diventa il background non detto in relazione al quale le altre posizioni diventano figurative e mobili” (Martin, 1994:119). Jamie Heckert. “Anarchy of Queer.” (2006)

[26] Quinnae Moongazer. “I Am Whoever You Say I Am” www.questioningtransphobia.com

[27] Le donne che non dovevano lavorare sarebbero state innaturalmente “più deboli, delicate, dipendenti, ‘bianche come gigli’, legate alla casa” e quindi “la creazione della razza bianca ha incluso la decostruzione politicizzata delle donne per farle rientrare nell’essere-bianchi”. Butch Lee e Red Rover. “Night Vision” (2000) pag. 29.

[28] Anche se il suo frasario sulla biologia è problematico, hooks scrive “Indubbiamente, una delle prime azioni rivoluzionarie del femminismo visionario deve essere di reintegrare la maschilità e la mascolinità come una categoria biologica etica che ha preso le distanze dal modello dominatore... coloro di noi che lottano per porre fine al patriarcato possono toccare i cuori dei veri uomini laddove essi vivono, non chiedendo loro che rinuncino all’essere uomini o alla mascolinità, ma chiedendo che permettano che il suo significato venga cambiato, che rinuncino all’attaccamento alla mascolinità patriarcale per trovare un posto per il mascolino che non lo renda sinonimo di dominazione o della volontà di fare violenza”. bell hooks, “The Will to Change” (2004). pag. 115. (Fare appello al tradimento della mascolinità patriarcale suona simile alla chiamata per il tradimento dell’essere-bianchi).

[29] Emi Koyama. “Transfeminist Manifesto” (2000)

[30] Sandy Stone. “The empire strikes back.” (1988, 1994)

[31] Quinnae Moongazer. “I Am Whoever You Say I Am” www.questioningtransphobia.com

[32] “Le donne non dovrebbero venire accusate di rafforzare gli stereotipi di genere per aver preso decisioni personali, anche se queste decisioni sembrano conformarsi a certi ruoli di genere; un tale test di purezza toglie di forza alle donne perchè nega la loro libertà di agire, e servirà solo ad alienare una maggioranza di donne, trans o meno, dal prendere parte al movimento femminista”. Emi Koyama. “Transfeminist Manifesto” (2000)

[33] Tobi Hill-Meyer. “What Transmysogyny Looks Like” (2009)

[34] Emi Koyama. “Whose Feminism is it Anyway?” (2000)

[35] Carolyn, “Politicizing Gender: Moving toward Revolutionary Gender Politics.” Da www.spunk.org/texts/pubs/lr/sp001714/gender.html

[36] bell hooks, “Feminist Theory from margin to center.” (1984) pag. 5.

[37] Deric Shannon e Abbey Volcano. “Theoretical Polyamory : Some Thoughts on Loving, Thinking, and Queering Anarchism” (2011) anarchalibrary.blogspot.com

[38] Joan Hoff . “Gender as a Postmodern Category of Paralysis” Women’s History Review, Volume 3, Number 2 (1994) www.cas.sc.edu

[39] Smith, Andrea. “Dismantling Hierarchy, Queering Society.” (2010) anarchalibrary.blogspot.com da notare che Smith usa il termine ‘politica queer’ piuttosto che ‘teoria queer’.