1. Una gioia

Ricordo di volti felici, per lo più giovani, se non addirittura appena adolescenti — ci vogliono cinquant’anni per fare un uomo, e la maggior parte di noi non aveva allora raggiunto la metà di questa età. — Una gioia — assai speciale perché è stata una gioia di storia, di una tonalità impareggiabile. Ho un bel cercare degli equivalenti, non ne vedo.

2. Iato

Iato senza pari, nella maggior parte dei gruppi militanti, fra il fatto e la sua rappresentazione: discorsi tipici, datati, compromessi, insulsi, arciusati — quando non addirittura antietici, maldestri, stupidi, impacciati, falsi (i “pro-cinesi” facevano senza vergogna l’elogio di Stalin, del gulag, dei processi di Mosca, di Enver Hodja!). I più timidi esaltavano senza diritti il «Fronte popolare» e la «Resistenza»; in breve: quanto aveva avuto luogo in un’altra epoca, per pura incapacità di pensare a ciò che non aveva mai avuto luogo. L’ignoto li sommergeva da tutte le parti, li inebriava, li avrebbe lasciati senza fiato se non fosse stato per i vecchi scarni ritornelli: la loro gioventù, liberata dall’ossequio dovuto ai divieti che ancora alla vigilia limitavano le possibilità di gioco ai soliti conflitti col pastrano pesante.

3. Vecchie lune

L’inizio della fine per le vecchie lune che avevano lanciato smorti bagliori nei cieli precedenti. Ovvietà retrospettiva di un rapporto (sotterraneo, ma diretto) tra il Maggio francese e il crollo interno della piramide di menzogne e terrori di Stato che ad Est avevano assunto le sembianze, per tre o quattro decenni, di un avvenire fatale. I morti-viventi ci misero un quarto di secolo per scoprirsi tali, ma il 13 maggio per la prima volta «i farabutti stalinisti erano sul carro di coda».

4. La vera fine del “dopoguerra”

La vera fine del “dopoguerra”. — Dopo Hitler, Mussolini, Stalin, le atroci guerre coloniali d’Indocina, d’Algeria, del Vietnam, si avvertiva un profondo bisogno di guardare altrove. Un certo gusto giovanile del disordine fu un modo per sciogliere gli intralci del già dato. Proseliti d’ogni sorta attribuirono al movimento gli scopi più disparati. Ciascuno apportava a quel flusso le proprie rivendicazioni. Il movimento le accolse tutte. Ma l’unico tono che gli fu proprio non dipese dalle “rivendicazioni”. Fatto che sembrerà poco comprensibile: consapevole di cosa non voleva più, il Maggio non aveva una precisa idea del suo avvenire e, forse, non aveva bisogno di averne. Andava incontro all’ignoto con un disinteresse mai visto in avvenimenti analoghi.

5. Una giovane vita si scuote

Il poema vivente della vita che si scuote. Ogni altra poesia diversa da quella della vita vivente avrebbe suscitato una alzata di spalle. Nietzsche: «Non sono sempre triste. Non ho sempre idee».

6. Ritorno del rimosso

Ritorno del rimosso di tutte le «follie della libertà» — da Saint-Just a Rimbaud, passando per Mallarmé e Sade, i surrealisti e Dada. Lontano dalle ossessioni di tutte le polizie del pensiero e dei sentimenti. Holderlin, Nietzsche, Breton; e non Jdanov, Stalin, Kanapa. La storia cambiò sostanzialmente direzione. Si verificò d’un tratto il ribaltamento pre-frontale dell’attività simbolica in storia. Addio, cervelli rettiliani! Addio, visiere d’ossa!

7. Innocenza del divenire

L’innocenza del divenire ridiventava pericolosa. Un’avventurosa prospezione di un po’ di autentico ignoto nella storia. Che entusiasmo, in questo slancio. Modi e accenti che sono quanto si ricorderà di esso.

8. L’impossibile

Speranze di un’ingenuità disarmante si affermavano con la più tenera serietà. La Storia lineare di ieri, uscita dal letto in cui era incanalata dal terrore ideologico, esplodeva in imprevedibili stelle, lontano, oltre le barriere. L’«im-possibile» sembrava il minimo desiderabile.

9. Autorizzarsi da sé

Le due infamie simmetriche che avevano terrorizzato il secolo si vedevano delegittimate insieme dai figli dei protagonisti della generazione precedente, la quale mancava simmetricamente di mezzi per reinstaurare le autorità morali screditate da tante ripetizioni ora senza avvenire. — Primo tentativo di uscire dalle logiche del risentimento nei movimenti di “rivoluzione”. Una vita nuova voleva vivere, autorizzandosi solo da sé.

10. «Piuttosto la vita!»

Coloro la cui vita ha vibrato allora al diapason sensibile della libertà e dell’esistenza ne resteranno colpiti per sempre. Come potrebbero più schierarsi per la vita ordinaria — badando nella ritirata di non pagare tributi al grigiore dei giorni. Non hanno certo lottato per ottenere miseri «riconoscimenti ufficiali» o per fare carriera — «Piuttosto la vita!».

11. Qui ed ora

Il Maggio francese è stato il primo movimento rivoluzionario la cui posta in palio non era la conquista del potere statale. In ciò ha prefigurato, forse, il futuro dei movimenti umani veramente emancipatori: quando gli individui, numerosi, si daranno a se stessi. Preoccupati delle effettive possibilità che avranno a disposizione di entrare direttamente nella nuova vita che avranno la forza di concepire, qui ed ora — e di cui eccoli di colpo diventare responsabili.

12. Non serviam

«Non una società di schiavi senza padroni, ma una società di padroni senza schiavi». — Nessuna rivoluzione disprezzerà come il Maggio la servitù volontaria e, ancor più, si allontanerà dalla vecchia fatalità di separare la propria vita da sé. Il gusto dello stile ritrovava un uso efficace. L’I.S. gli restitui il suo fulgore di sempre con crudeltà e genio.

13. Numerosi uomini liberi

Un risultato inosservato dagli esperti di statistiche e dagli ideologi: il Maggio avrebbe restituito a se stessi numerosi uomini liberi, che non sarebbero mai più rientrati nei ranghi. Non è poco. Il tono della vita sarebbe cambiato. Cosa poteva volere di più una rivoluzione effettiva, che non si limitasse ad anticipazioni da schiavi? — Questo, l’abbiamo avuto.

14. Incitamentum

Una mutazione negli spiriti. Un potente incitamentum alla sperimentazione delle libertà concrete. Questo cattivo esempio dato a tutti non avrebbe più smesso di nutrire nuove audacie. «Liquidare l’eredità del Maggio 68», monsieur Sarkozy, è un programma fra i più retorici.

15. Il luogo autentico

Ironizzazione dell’economia. Desacralizzazione della politica. Il ritorno alla vita finita come finita, non come sventura, ma come possibilità — poiché tutto ricomincia, con ogni nuova giovane vita. Il contenuto delle esistenze reali — quelle che hanno luogo una volta sola — considerato sul serio.

16. Un solo grido: «Siate belli!»

Fine della separazione dell’arte e della vita, formulata non come “rivendicazione” che sfocia in una coalizione di desideri sempre frustrati di non raggiungere i propri fini, ma pratica sovrana della vita come arte, che di colpo dà a ciascuno ciò che non aveva più modo di “reclamare” astrattamente per un astratto futuro. Il gusto del presente, del gioco, dei tentativi osati: risorse superiori della festa e della gioia. Con ciò, balbettanti, tanti accenni di bei momenti. — Un solo grido: «Siate belli!».

«Schiavi, non malediciamo la vita!»