«Il fatto è che lo Stato non sarebbe tanto malefico se chi vuole potesse ignorarlo e vivere a suo modo la propria vita insieme a quelli con cui va d’accordo. Ma esso ha invaso tutte le funzioni della vita sociale, soprastà a tutti gli atti della nostra vita e c’impedisce perfino di difenderci se siamo attaccati.

Bisogna subirlo o abbatterlo».

Errico Malatesta

Se non fossimo profondamente insoddisfatti di questo mondo, noi non scriveremmo su questo giornale e voi non leggereste questo articolo. È inutile quindi spendere ulteriori parole per ribadire la nostra avversione al potere e alle sue manifestazioni. Ciò che invece non ci sembra inutile è cercare di capire se sia possibile una rivolta che non si ponga apertamente, risolutamente, contro lo Stato e il potere.

La domanda non deve sembrare peregrina. C’è infatti chi nella lotta contro lo Stato non vede che una ulteriore conferma di quanto esso sia entrato dentro di noi, riuscendo a determinare — seppure in negativo — le nostre azioni. Con la sua ingombrante presenza lo Stato ci distrarrebbe da quello che dovrebbe costituire il nostro vero obiettivo: vivere la vita a modo nostro. Se pensiamo di abbattere lo Stato, di ostacolarlo, di combatterlo, non abbiamo il tempo di riflettere su cosa vogliamo fare noi. Anziché tentare di realizzare i nostri desideri e i nostri sogni qui ed ora, seguiamo lo Stato ovunque vada, diventandone l’ombra e procrastinando all’infinito la concretizzazione dei nostri progetti. A furia di essere antagonisti, di essere contro, finiamo col non essere più protagonisti, a favore di qualcosa. Se vogliamo quindi essere noi stessi, dobbiamo cessare di contrapporci allo Stato ed iniziare a considerarlo non più con ostilità, ma con indifferenza. Piuttosto che darci da fare per distruggere il suo mondo — il mondo dell’autorità — è meglio costruire il nostro, quello della libertà. Bisogna smettere di pensare al nemico, a cosa fa, a dove si trova, a come fare per colpirlo, e dedicarci a noi, al nostro “vissuto quotidiano”, ai nostri rapporti, ai nostri spazi che bisogna estendere e migliorare sempre di più . Altrimenti non faremo mai altro che seguire le scadenze del potere.

Di questi ragionamenti è oggi pieno il movimento anarchico, alla continua ricerca di motivazioni travestite da analisi teoriche che giustifichino la propria assoluta inazione. C’è chi vuole far nulla perché è scettico, chi perché non vuole imporre qualcosa a qualcuno, chi perché ritiene il potere troppo forte per lui e chi perché non vuole seguirne i ritmi e i tempi; ogni pretesto è buono. Ma questi anarchici, avranno un sogno capace di incendiare il loro cuore?

Per sbarazzare il campo da quelle miserabili scuse, vale la pena ricordare un paio di cose. Non esistono due mondi, il loro e il nostro, e anche se per assurdo esistessero, come farebbero a convivere? Esiste un solo mondo, il modo dell’autorità e del denaro, dello sfruttamento e dell’obbedienza: il mondo dove siamo costretti a vivere. Non è possibile chiamarci fuori. Ecco perché non ci possiamo permettere l’indifferenza, ecco perché non riusciamo a ignorarlo. Se ci opponiamo allo Stato, se siamo sempre pronti a cogliere l’occasione per attaccarlo, non è perché ne siamo indirettamente plasmati, non è perché abbiamo sacrificato i nostri desideri sull’altare della rivoluzione, ma perché i nostri desideri sono irrealizzabili finché esiste lo Stato, finché esisterà un potere. La rivoluzione non ci distoglie dai nostri sogni, ma al contrario è la sola possibilità che consenta le condizioni della loro realizzazione. Noi vogliamo sovvertire questo mondo, al più presto, qui ed ora, perché qui ed ora ci sono solo caserme, tribunali, banche, cemento, supermercati, galere. Qui ed ora, c’è solo lo sfruttamento. Mentre la libertà, ciò che noi intendiamo per libertà, quella non esiste proprio.

Questo non vuol dire che dobbiamo tralasciare di crearci spazi che siano nostri in cui sperimentare i rapporti che preferiamo. Significa solo che questi spazi, questi rapporti, non rappresentano la libertà assoluta che vogliamo, per noi come per tutti. Sono un passo, un primo passo, ma non l’ultimo, tanto meno il definitivo. Una libertà che finisce sulla soglia della nostra casa occupata, della nostra comune “libera”, non ci basta, non ci soddisfa. Una simile libertà è illusoria perché ci renderebbe liberi soltanto di starcene a casa, di non uscire dai confini che ci siamo imposti. Se non consideriamo la necessità di attaccare lo Stato (e su questo concetto di “attacco” molto ci sarebbe da dire), in definitiva non facciamo che permettergli di fare il comodo suo in eterno, limitandoci a sopravvivere nella piccola “isola felice” che ci saremo costruiti. Tenersi distanti dallo Stato significa conservare la vita, affrontarlo significa vivere.

Nell’indifferenza verso lo Stato è implicita la nostra capitolazione. È come se ammettessimo che lo Stato è il più forte, è invincibile, è incontrastabile, quindi tanto vale deporre le armi e pensare a coltivare il proprio orticello. È possibile chiamare ciò rivolta? A noi sembra piuttosto un atteggiamento tutto interiore, circoscritto ad una sorta di diffidenza, di incompatibilità e di disinteresse per ciò che ci circonda. Ma in un simile atteggiamento rimane implicita la rassegnazione. Una rassegnazione sprezzante, se si vuole, ma pur sempre di rassegnazione si tratta.

Come un pugile ormai suonato che si limita a parare i colpi, senza nemmeno tentare di abbattere l’avversario che pure odia. Ma il nostro avversario non ci dà tregua. Noi non possiamo scendere da quel ring e continuiamo a fargli da bersaglio. Bisogna subire o abbattere l’avversario: scansarlo ed esprimergli il nostro disappunto non è sufficiente.