Titolo: Anarchia
Sottotitolo: Cosa significa veramente
Autore: Goldman, Emma
Data: 1911
Argomento: anarchismo
Origine: Consultato il 10 gennaio 2018 su www.stampa-clandestina.info

La storia della crescita e dello sviluppo dell’umanità è al tempo stesso la storia della tremenda lotta di ogni nuova idea che annuncia l’alba di un mondo migliore. Nel suo attaccarsi tenacemente alla tradizione, il Vecchio non ha mai esitato a ricorrere ai mezzi più meschini e crudeli per ostacolare l’avvento del Nuovo, in qualunque forma o periodo quest’ultimo abbia provato ad affermarsi. Né è necessario tornare troppo indietro nel tempo per renderci conto dell’enorme opposizione, delle difficoltà e delle privazioni che hanno intralciato il cammino di ogni idea progressista. L’eculeo, lo schiaccia-pollici e lo scudiscio sono ancora tra noi; così come lo sono la divisa da galeotto e il furore popolare, che cospirano insieme contro lo spirito che continua serenamente a marciare.

L’Anarchia non poteva sperare di sfuggire al destino di tutte le altre idee innovative. Anzi, come l’innovatore più rivoluzionario e irremovibile, l’Anarchia deve fare i conti con l’odio e l’ignoranza del mondo che cerca di ricostruire.

Trattare persino lontanamente tutto quello che viene detto e fatto contro l’Anarchia richiederebbe un intero volume. Mi limiterò quindi a confutare due delle obiezioni principali. Così facendo, cercherò di chiarire cosa significa veramente l’Anarchia.

Lo strano fenomeno dell’opposizione all’Anarchia è che tale opposizione mette in luce la relazione tra la cosiddetta intelligenza e ignoranza. Eppure questo non è poi così strano, quando consideriamo la relatività di tutte le cose. La massa ignorante ha a suo favore il fatto di non avere nessuna pretesa alla conoscenza o alla tolleranza. Agendo puramente in base all’impulso, come sempre fa, le sue ragioni sono come quelle di un bambino. “Perché?” “Perché”. Eppure l’opposizione degli illetterati all’Anarchia merita la stessa considerazione di quella delle persone intelligenti.

Quali sono, allora, le obiezioni? Primo, l’Anarchia non è pratica, sebbene si tratti di un ideale meraviglioso. Secondo, Anarchia significa violenza e distruzione, pertanto deve essere ripudiata perché spregevole e pericolosa. Sia l’uomo istruito che la massa ignorante esprimono giudizi non in base a una conoscenza approfondita dell’argomento, ma in base a ciò che hanno sentito dire o a una cattiva interpretazione.

Uno schema pratico, dice Oscar Wilde, è uno che già esiste, oppure uno che possa essere attuato date le condizioni esistenti; ma sono proprio le condizioni esistenti a cui ci opponiamo, e qualsiasi schema che accetti tali condizioni è sbagliato e insensato. Il vero criterio per definire la praticità, quindi, non è se quest’ultima lasci inalterato ciò che è sbagliato o insensato; piuttosto, è se lo schema abbia abbastanza vitalità da abbandonare le acque stagnanti del vecchio per costruire, oltre che sostenere, una nuova vita. Alla luce di questa definizione, l’Anarchia è certamente pratica. Più di qualunque altra idea, aiuta a liberarsi di ciò che è sbagliato e insensato; più di ogni altra idea, cerca di costruire e sostenere una nuova vita.

Le emozioni delle persone ignoranti vengono continuamente alimentate dai racconti più raccapriccianti sull’Anarchia. Non c’è niente che sia troppo oltraggioso da non potere essere usato contro questa filosofia e i suoi sostenitori. Quindi l’Anarchia è per gli ignoranti quello che il proverbiale uomo nero è per un bambino: un mostro che inghiotte tutto; in breve, distruzione e violenza.

Distruzione e violenza! Come può la persona comune sapere che il fattore di maggiore violenza nella società è l’ignoranza; che il suo potere distruttivo è proprio quello contro cui l’Anarchia sta combattendo? Né tale persona è consapevole del fatto che l’Anarchia, le cui radici, per così dire, fanno parte delle forze della natura, distrugge non il tessuto sano, ma la crescita parassitica che si nutre della linfa vitale della società. L’Anarchia si limita a ripulire il terreno dalle erbacce e dall’artemisia, affinché possa dare i suoi frutti.

Qualcuno ha affermato che il condannare richiede uno sforzo mentale minore del pensare. La pigrizia mentale, così prevalente nella società, dimostra che quest’affermazione è del tutto vera. Piuttosto che approfondire una data idea, esaminarne le origini e il significato, la maggior parte delle persone la condannerà completamente, o si affiderà a qualche definizione superficiale e carica di pregiudizi dei suoi aspetti non essenziali.

L’Anarchia stimola le persone a pensare, a indagare, ad analizzare ogni proposizione; ma affinché la capacità mentale del lettore medio non venga sottoposta a sforzi eccessivi, comincerò con una definizione che poi elaborerò.

ANARCHIA: La filosofia di un nuovo ordine sociale basato sulla libertà, senza restrizioni provenienti da leggi emanate dall’uomo; la teoria che tutte le forme di governo sono basate sulla violenza, e sono quindi sbagliate e dannose, oltre che inutili.

Il nuovo ordine sociale si fonda, naturalmente, sulla base materialistica della vita; ma mentre tutti gli anarchici sono d’accordo che il male maggiore oggi è di natura economica, sostengono anche che la soluzione a questo male può essere trovata solo prendendo in considerazione ogni ambito della vita: individuale, oltre che collettivo; interno, oltre che esterno.

Un esame approfondito della storia dello sviluppo umano rivela due elementi in grave conflitto l’uno con l’altro; due elementi che soltanto adesso iniziano a essere compresi, non come estranei l’uno all’altro, ma intimamente legati e veramente armoniosi, se solo collocati nell’ambiente adatto: gli istinti individuali e sociali. L’individuo e la società stanno da tempo immemore conducendo una battaglia inesorabile e sanguinaria, lottando per la supremazia, perché sono a stati a lungo incapaci di comprendere l’uno il valore e l’importanza dell’altro. L’istinto individuale e sociale – il primo un fattore potentissimo dell’impegno individuale verso la crescita, l’aspirazione e la realizzazione di sé; il secondo un fattore altrettanto potente per la sollecitudine reciproca e il benessere sociale.

Non occorre andare lontano per trovare una spiegazione della tempesta che imperversa in seno all’individuo, e tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda. L’uomo primitivo, incapace di comprendere il proprio essere, ancor meno l’unità di tutte le forme di vita, si sentiva totalmente dipendente da forze oscure e cieche, sempre pronte a farsi gioco di lui. Da quell’atteggiamento nacque il concetto religioso dell’essere umano come un semplice granello di polvere dipendente da forze superiori, che possono essere rabbonite solo da una resa totale. Tutti gli antichi miti si basano su quell’idea, che continua a essere il leitmotiv delle storie bibliche che trattano della relazione dell’uomo con Dio, con lo Stato, con la società. Ancora e ancora lo stesso ritornello, l’uomo è nulla, i poteri sono tutto. Così Jeovah era disposto a sopportare l’uomo solo a condizione di una resa totale. L’uomo può aspirare a tutte le glorie terrene, ma non deve diventare cosciente di sé. Lo Stato, la società e le leggi mortali cantano tutti lo stesso ritornello: l’uomo può aspirare a tutte le glorie terrene, ma non deve diventare cosciente di sé.

L’Anarchia è la sola filosofia che offre all’uomo la consapevolezza di sé; che sostiene che Dio, lo Stato e la società non esistono, che le loro promesse sono nulle e vuote, visto che possono essere mantenute solo dalla subordinazione dell’uomo. L’Anarchia insegna quindi l’unità della vita; non solo nella natura, ma nell’uomo. Non esiste alcun contrasto tra gli istinti individuali e sociali, non più di quanto esista un conflitto tra il cuore e i polmoni: il primo è il contenitore di una preziosa linfa vitale, il secondo il custode dell’elemento necessario a mantenere l’essenza pura e forte. L’individuo è il cuore della società, conservando l’essenza della vita sociale; la società è il polmone che distribuisce l’elemento necessario a mantenere l’essenza vitale (cioè l’individuo) pura e forte.

“L’unica cosa di valore al mondo”, dice Emerson, “è l’anima attiva; tutti gli uomini l’hanno dentro di sé. L’anima attiva cerca la verità assoluta, proferisce e crea la verità”. In altre parole, l’istinto individuale è l’unica cosa di valore al mondo. È la vera anima che vede e crea la viva verità, dalla quale nasce una verità ancora più grande, la rinata anima sociale.

L’Anarchia è la grande liberatrice dell’uomo dai fantasmi che lo hanno tenuto prigioniero; è l’arbitro e il pacificatore delle due forze dell’armonia individuale e sociale. Per realizzare quell’unità, l’Anarchia ha dichiarato guerra alle influenze perniciose che hanno finora impedito la miscelatura armoniosa degli istinti sociali e individuali, dell’individuo e della società.

La Religione, il controllo assoluto della mente umana; la Proprietà, il controllo assoluto dei bisogni umani; e il Governo, il controllo assoluto del comportamento umano, sono la roccaforte della schiavitù umana e di tutti gli orrori che comporta. La Religione! Come domina la mente dell’uomo, come umilia e degrada la sua anima. Dio è tutto, l’uomo è nulla, dice la religione. Ma da quel nulla Dio ha creato un regno così dispotico, così tirannico, così crudele, così terribilmente esigente che niente altro che sconforto, lacrime e sangue hanno dominato il mondo da quando sono nati gli dei. L’Anarchia spinge l’uomo a ribellarsi contro questo mostro nero. Rompi i tuoi ceppi mentali, dice l’Anarchia all’uomo, perché fino a quando non riuscirai a pensare e giudicare da solo non potrai liberarti del dominio dell’oscurantismo, l’ostacolo maggiore a ogni forma di progresso.

La Proprietà, il controllo assoluto dei bisogni dell’uomo, il rifiuto del diritto di soddisfare i propri bisogni. C’era un tempo in cui la proprietà era un diritto divino, quando si rivolgeva all’uomo con lo stesso ritornello, proprio come la religione, “Sacrificio! Abnegazione! Sottomissione!”. Lo spirito dell’Anarchia ha sollevato l’uomo dalla sua posizione prostrata. Adesso l’uomo sta eretto, con il viso rivolto alla luce. Ha imparato a riconoscere la natura insaziabile, onnivora, devastante della proprietà, e si sta preparando a uccidere il mostro.

“La proprietà è furto”, diceva il grande anarchico francese Proudhon. Si, ma senza rischi e pericoli per il ladro. Monopolizzando gli sforzi cumulati degli esseri umani, la proprietà li ha derubati dei diritti che sono loro propri dalla nascita, trasformandoli in poveri ed emarginati. La proprietà non ha neppure la vecchia scusa che l’uomo non produce a sufficienza da soddisfare tutti i bisogni. Lo studente dei principi base dell’economia sa bene che la produttività del lavoro nel corso delle ultime decadi è cresciuta al punto da eccedere notevolmente la domanda ordinaria. Ma che cos’è la domanda ordinaria per un’istituzione anormale? L’unica domanda che la proprietà riconosce è il proprio avido appetito per una maggiore ricchezza, perché la ricchezza è potere; il potere di sottomettere, di schiacciare, di sfruttare, il potere di rendere schiavi, di oltraggiare, di degradare. L’America si vanta particolarmente del suo grande potere, della sua grande ricchezza nazionale. Povera America, a che serve tutta quella ricchezza, se gli individui che formano la nazione sono poveri in canna? Se vivono nello squallore, nella sporcizia, nel crimine, avendo perduto la speranza e la gioia, un’armata senza terra e senza tetto di prede umane?

Si riconosce generalmente che a meno che i rendimenti di un’impresa eccedano i suoi costi, la bancarotta è inevitabile. Ma coloro che sono impegnati nel business di produrre ricchezza non hanno ancora imparato neppure questa semplice lezione. Ogni anno il costo di produzione in termini di vite umane diventa sempre più grande (50.000 morti, 100.000 feriti in America lo scorso anno); i rendimenti per le masse, che aiutano a creare ricchezza, diventano sempre più piccoli. Eppure l’America continua a ignorare l’inevitabile bancarotta del nostro business della produzione. Né questo è l’unico crimine di quest’ultimo. Ancora più grave è il crimine di trasformare il produttore in un semplice ingranaggio della macchina, con meno volontà e potere decisionale del suo padrone di ferro e acciaio. Si sta derubando l’uomo non solo dei prodotti del suo lavoro, ma del potere della libera iniziativa, dell’originalità e dell’interesse e del desiderio per le cose che costruisce.

La vera ricchezza consiste di cose utili e belle, di cose che aiutano a creare corpi belli e forti e un ambiente ispiratore in cui vivere. Ma se l’uomo è costretto ad avvolgere cotone attorno a una spoletta, a scavare carbone o a costruire strade per trent’anni della propria vita, non è possibile parlare di ricchezza. Ciò che offre al mondo sono oggetti grigi e orrendi, che riflettono un’esistenza uggiosa e orrenda – troppo debole per vivere, troppo codardo per morire. Strano a dirsi, ci sono persone che esaltano questo metodo di produzione centralizzata come la conquista della nostra epoca di cui andare più fieri. Costoro non si rendono affatto conto che se continuiamo nella nostra sottomissione alle macchine, la nostra schiavitù sarà più completa di quanto non fosse il nostro servaggio al Re. Costoro non vogliono sapere che la centralizzazione non è solo la campana a morto della libertà, ma anche della salute e della bellezza, dell’arte e della scienza, perché tutte queste cose sono impossibili in un’atmosfera meccanica che funziona come un orologio.

L’Anarchia non può che ripudiare un tale metodo di produzione: il suo obiettivo è l’espressione più libera possibile di tutti le potenzialità latenti dell’individuo. Oscar Wilde definisce una personalità perfetta come “colui che si sviluppa in condizioni perfette, che non è ferito, menomato o in pericolo”. Una personalità perfetta, dunque, è solo possibile in uno stato della società in cui l’uomo è libero di scegliere come lavorare, le condizioni del proprio lavoro, e la libertà di lavorare. Una per cui la manifattura di un tavolo, la costruzione di una casa, o la coltivazione dell’anima sono come la pittura per l’artista o la scoperta per lo scienziato: il risultato dell’ispirazione, del desiderio intenso e dell’interesse profondo nel lavoro come una forza creativa. Tale essendo l’ideale dell’Anarchia, le sue strutture economiche devono consistere in associazioni volontarie per la produzione e la distribuzione, sviluppandosi gradualmente nel libero comunismo, come il modo migliore di produrre con il minore spreco di energie umane. L’Anarchia, però, riconosce anche il diritto dell’individuo, o di un certo numero di individui, a organizzarsi ogni volta in altre forme di lavoro, in armonia con i loro gusti e desideri.

Poiché questa libera manifestazione dell’energia umana è possibile solo grazie alla più completa libertà individuale e sociale, l’Anarchia dirige le sue forze contro il terzo e più grande nemico di ogni forma di uguaglianza sociale: lo Stato, l’autorità organizzata, o la legge scritta; il controllo completo sui comportamenti umani.

Così come la religione ha impastoiato la mente umana, e così come la proprietà, o il monopolio delle cose, ha soggiogato e soffocato i bisogni umani, così lo stato ha reso schiavo lo spirito, dettandone ogni fase del comportamento. “Ogni forma di governo”, dice Emerson, “è essenzialmente una tirannia”. Non importa se questo sia un governo per diritto divino o per criterio maggioritario. In ogni caso, il suo obiettivo è la completa sottomissione dell’individuo.

Riferendosi al governo Americano, David Thoreau, il più grande anarchico americano, ha detto: “Il Governo, cos’è se non una tradizione, sebbene recente, che cerca di trasmettersi inalterata ai posteri, ma che perde in ogni fase la sua integrità; non ha la forza e la vitalità di un singolo essere umano. La legge non ha mai reso nessun uomo neppure minimamente più giusto; e attraverso il rispetto delle leggi, anche chi è ben disposto diventa quotidianamente un agente dell’ingiustizia”.

Non c’è dubbio che la caratteristica principale del governo è l’ingiustizia. Con l’arroganza e l’autosufficienza del Re che si considerava infallibile, i governi dispongono, giudicano, condannano e puniscono anche le infrazioni più insignificanti, pur mantenendo il proprio potere attraverso la più grande di tutte le infrazioni, l’annientamento della libertà individuale. Ouida ha dunque ragione, quando sostiene che “lo Stato mira solo a instillare nel pubblico quelle qualità grazie alle quali si rispettano i suoi ordini e si riempiono le sue casse. La sua maggiore conquista è la riduzione dell’umanità a un ingranaggio. Nella sua atmosfera tutte quelle libertà più delicate e sottili, che richiedono particolare attenzione e uno spazio sempre maggiore, inevitabilmente si inaridiscono e muoiono. Lo Stato ha bisogno di una macchina che paghi le tasse senza alcun intoppo, di forzieri in cui non vi sia mai un deficit, e di un pubblico monotono, obbediente, monocromatico, senza spirito, che si muova umilmente come un gregge di pecore lungo una strada lunga e dritta tra due muri”.

Eppure anche un gregge di pecore opporrebbe resistenza agli imbrogli dello Stato, se non fosse per i metodi corrotti, tirannici e oppressivi che usa per raggiungere i suoi obiettivi. Quindi Bakunin ripudia lo Stato quale sinonimo della resa della libertà dell’individuo o di piccole minoranze; la distruzione delle relazioni sociali, la decurtazione o persino la completa negazione della vita stessa, per il proprio innalzamento. Lo Stato è l’altare della libertà politica e, come l’altare religioso, viene mantenuto al fine di compiervi sacrifici umani.

In realtà, è difficile trovare un pensatore moderno che non concordi che il governo, o l’autorità organizzata, o lo Stato, sia necessario solo a mantenere o proteggere la proprietà e il monopolio. Si è dimostrato efficiente solo nello svolgere quella funzione.

Anche George Bernard Shaw, che spera nel miracoloso dello Stato sotto il Fabiansimo, nonostante tutto ammette che “[lo Stato] attualmente è un’enorme macchina che deruba i poveri e li riduce in schiavitù con la forza bruta”. Se questo è vero, è difficile vedere perché mai l’astuto prefatore desideri difendere lo Stato dopo che la povertà abbia smesso di esistere.

Sfortunatamente, ci sono ancora molte persone che continuano a credere nell’idea fatale che il governo si poggi su leggi naturali, che mantenga l’ordine e l’armonia sociale, che riduca il crimine e che impedisca al pigro di approfittarsi dei suoi simili. Esaminerò dunque queste credenze.

Una legge naturale è quel fattore nell’essere umano che si manifesta liberamente e spontaneamente senza alcuna forza esterna, in armonia con i dettami della natura. Per esempio, il bisogno di cibo, di gratificazione sessuale, di luce, di aria e di esercizio sono leggi di natura. Ma la loro espressione non ha alcun bisogno della macchina governativa, non ha bisogno del manganello, della pistola, delle manette o della prigione. Obbedire a tali leggi, se di obbedienza possiamo parlare, richiede solo spontaneità e libere opportunità. Che i governi non si mantengano attraverso questi fattori armoniosi è dimostrato dal terribile dispiego di violenza, forza e coercizione che tutti i governi usano per vivere. Blackstone ha quindi ragione quando dice, “Le leggi umane sono invalide, perché sono contrarie alle leggi di natura”.

A meno che non si tratti dell’ordine di Varsavia dopo il massacro di migliaia di persone, è difficile attribuire ai governi qualunque capacità per l’ordine o l’armonia sociale. L’ordine che deriva dalla sottomissione e che viene mantenuto attraverso il terrore non è una garanzia di sicurezza; eppure è l’unico “ordine” che i governi abbiano mai mantenuto. La vera armonia sociale cresce spontaneamente dalla solidarietà degli interessi. In una società in cui coloro che lavorano sempre non hanno mai niente, mentre coloro che non lavorano mai hanno tutto, la solidarietà degli interessi è inesistente; l’armonia sociale non è dunque che un mito. L’unico modo in cui l’autorità organizzata affronta questa grave situazione è attribuendo privilegi ancora maggiori a coloro che hanno già monopolizzato la terra, e rendendo sempre più schiave le masse diseredate. Quindi l’intero arsenale del governo – le leggi, la polizia, i soldati, le corti, la legislatura, le prigioni – sono strenuamente impegnati nell’“armonizzare” gli elementi più antagonisti della società.

L’apologia più assurda dell’autorità e della legge è che servono a ridurre il crimine. A parte il fatto che lo Stato è esso stesso il più grande dei criminali, infrangendo ogni legge scritta e naturale, rubando sotto forma di tasse, uccidendo sotto forma di guerre e di pene capitali, è arrivato alla paralisi più completa nel gestire il crimine. Ha fallito completamente nel distruggere o persino minimizzare l’orrendo flagello di sua stessa creazione.

Il crimine non è altro che energia mal diretta. Fintanto che ogni istituzione odierna, economica, politica, sociale e morale, cospira nel convogliare le energie umane nei canali sbagliati; fintanto che la maggior parte delle persone è come pesci fuor d’acqua, facendo cose che odia fare, conducendo una vita che detesta, il crimine sarà inevitabile, e tutte le leggi negli statuti possono solo aumentare, ma mai eliminare il crimine. Che cosa sa la società, come esiste oggi, del processo della disperazione, degli orrori, della lotta spaventosa che l’animo umano deve affrontare lungo il cammino che porta al crimine e al degrado? Chi conosce questo terribile processo non può non vedere la verità contenuta in queste parole di Peter Kropotkin:

“Coloro che stanno in equilibrio tra i benefici così attribuiti alla legge e alle pene, e gli effetti degradanti di questi ultimi sull’umanità; coloro che giudicheranno il torrente di depravazione riversato in giro nella società umana dall’informatore, persino favorito dal Giudice, e pagato in denaro sonante dai governi, con il pretesto di aiutare a smascherare il crimine; coloro che si recheranno tra le mura di una prigione e vedranno cosa gli esseri umani diventano quando sono privati della libertà, quando sono soggetti alle cure di custodi brutali, a parole dure e crudeli, a migliaia di umiliazioni brucianti, saranno d’accordo con noi che l’intero apparato delle prigioni e delle pene è un abominio cui bisogna porre fine”.

L’influenza deterrente della legge sull’uomo pigro è troppo assurda perché meriti di essere presa in considerazione. Se solo alla società venissero risparmiati i costi e gli sprechi di mantenere una classe pigra, e i costi altrettanto grandi necessari per proteggere questa classe, le tavole della società sarebbero coperte di beni in abbondanza per tutti, incluso persino l’occasionale individuo pigro. Inoltre, è bene considerare che la pigrizia risulta da privilegi speciali o da anomalie fisiche e mentali. Il nostro attuale folle sistema di produzione favorisce entrambe queste cose, e la cosa più sorprendente è che le persone abbiano affatto voglia di lavorare. L’Anarchia mira a liberare il lavoro dalle sue componenti deprimenti e degradanti, della sua monotonia e della sua coercizione. Mira a fare del lavoro uno strumento di gioia, di forza, di colore, di vera armonia, così che anche i più poveri possano trovare nel lavoro ricreazione e speranza.

Per realizzare un tale arrangiamento sociale, bisogna eliminare il governo, con le sue misure ingiuste, arbitrarie e repressive. Nel migliore di casi non ha imposto altro che un singolo stile di vita per tutti, senza tenere conto della diversità e dei bisogni individuali e sociali. Nel distruggere i governi e le leggi scritte, l’Anarchia propone di salvare il rispetto di sé e l’indipendenza dell’individuo dal vincolo e dall’invadenza dell’autorità. Solo nella libertà l’uomo può crescere pienamente. Solo nella libertà imparerà a pensare e a muoversi, e a dare il meglio di sé. Solo nella libertà si renderà conto della vera forza dei legami sociali che tengono insieme gli uomini, e che sono i veri fondamenti di una normale vita sociale.

Ma che dire della natura umana? Può essere cambiata? E se no, riuscirà a sopravvivere sotto l’Anarchia?

Povera natura umana, che crimini orrendi sono stati commessi in tuo nome! Ogni sciocco, dal re al poliziotto, dal parroco ottuso allo scienziato dilettante e senza immaginazione, pretende di parlare con autorità della natura umana. Quanto più grande il ciarlatano mentale, tanto più decisa la sua insistenza sulla cattiveria e la debolezza della natura umana. Eppure, com’è possibile parlarne oggi, con ogni anima in prigione, con ogni cuore in ceppi, ferito e menomato?

John Burroughs ha affermato che lo studio sperimentale degli animali in cattività è del tutto inutile. Il loro carattere, le loro abitudini, i loro appetiti vengono completamente trasformati quando sono strappati al loro habitat dei campi e delle foreste. Con la natura umana in una gabbia angusta, costretta quotidianamente con la forza alla sottomissione, come possiamo parlare delle sue potenzialità?

Solo la libertà, l’espansione, l’opportunità e, soprattutto, la pace e la quiete, possono insegnarci i veri fattori dominanti della natura umana e tutte le sue meravigliose potenzialità.

L’Anarchia, quindi, significa in realtà la liberazione della mente umana dal controllo della religione; la liberazione del corpo umano dal controllo della proprietà: la liberazione dalle catene e dalle restrizioni del governo. L’Anarchia significa un ordine sociale basato sulla libera associazione degli individui con il fine di produrre la vera ricchezza sociale; un ordine che garantirà a ogni essere umano la libertà di accedere alle ricchezze della terra e il più completo godimento delle necessità della vita, secondo i desideri, i gusti e le inclinazioni individuali.

Questo non è un folle capriccio o un’aberrazione della mente. È la conclusione cui sono giunti una schiera di intellettuali, uomini e donne, in tutto il mondo; una conclusione che deriva dall’osservazione attenta e ravvicinata delle tendenze della società moderna: la libertà individuale e l’uguaglianza economica, le due forze gemelle della nascita di quanto più bello e vero esiste nell’essere umano.

Veniamo ai metodi. L’Anarchia non è, come molti potrebbero supporre, una teoria del futuro da realizzarsi per ispirazione divina. È una forza vivente negli affari della nostra vita, creando costantemente nuove condizioni. I metodi dell’Anarchia non comprendono quindi un programma rigido da essere attuato in tutte le circostanze. I metodi devono nascere dai bisogni economici di ogni luogo e clima, e dai requisiti comportamentali e intellettuali degli individui. Il carattere calmo e sereno di un Tolstoy spererà in diversi metodi di ricostruzione sociale da quelli di una personalità intensa e traboccante di un Michael Bakunin o di un Peter Kropotkin. Come pure dovrebbe essere evidente che i bisogni economici e politici della Russia richiederanno misure più drastiche di quelle necessarie per l’Inghilterra o l’America. L’Anarchia non implica addestramento militare e uniformità; significa però uno spirito di rivolta, in qualunque forma, contro tutto ciò che ostacola la crescita degli esseri umani. Tutti gli Anarchici concordano su questo punto, così come concordano nella loro opposizione alla macchina politica come mezzo per realizzare il grande cambiamento sociale.

“Tutti i processi di voto”, dice Thoreau, “sono una specie di gioco, come gli scacchi o il backgammon, un giocare con il concetto di giusto e sbagliato; i suoi obblighi non eccedono mai quello dell’opportunismo. Anche votare per la cosa giusta equivale a non fare niente per essa. Un uomo saggio non lascerà il giusto alla mercé del caso, né vorrà che prevalga attraverso il potere della maggioranza”. Un esame ravvicinato della macchina politica e dei suoi risultati getta luce sulla spiegazione di Thoreau.

Che cosa dimostra la storia della democrazia parlamentare? Nient’altro che fallimenti e sconfitte, neppure una riforma tesa a migliorare le condizioni economiche e sociali della gente. Sono stati promulgati leggi e decreti per il miglioramento e la tutela delle condizioni lavorative. Così solo lo scorso anno si è dimostrato che l’Illinois, lo stato con le leggi più severe per la protezione dei minatori, ha vissuto i più grandi disastri minerari. Negli stati in cui prevalgono le leggi contro il lavoro minorile, lo sfruttamento dei bambini è ai suoi livelli più alti, e sebbene con noi i lavoratori godano di piene opportunità politiche, il capitalismo ha raggiunto il suo zenit più sfacciato.

Anche se i lavoratori fossero in grado di avere i propri rappresentanti, che i nostri bravi politici socialisti stanno chiedendo a gran voce, che speranze ci sono per la loro onestà e buona fede? Non dobbiamo fare altro che tenere a mente il processo politico per renderci conto che il suo sentiero di buone intenzioni è in realtà pieno di trabocchetti: manipolazioni, intrighi, adulazioni, menzogne e inganni; in realtà, imbrogli di ogni tipo, grazie ai quali gli aspiranti politici riescono ad avere successo. A questo si aggiunge la completa demoralizzazione delle personalità e delle convinzioni, fino a quando non rimane nulla che possa lasciare ancora sperare di ottenere qualcosa da tali relitti umani. Più e più volte le persone sono state tanto sciocche da fidarsi, credere e sostenere con le loro ultime risorse gli aspiranti politici, solo per ritrovarsi tradite e ingannate.

Si potrebbe sostenere che uomini integerrimi non si lasceranno corrompere dalla macina politica. Forse no; ma tali uomini non saranno assolutamente in grado di esercitare la benché minima influenza nell’interesse della forza lavoro, come si è dimostrato in numerose occasioni. Lo Stato è il padrone economico dei suoi servitori. Uomini di buona volontà, se mai ne esistono, resterebbero fedeli alla loro fede politica, perdendo così il loro supporto economico, o resterebbero fedeli al loro padrone economico, diventando pertanto incapaci di fare alcun bene. L’arena politica non lascia altre alternative: si diventa tonti o malviventi.

La superstizione politica ha ancora il predominio sui cuori e sulle menti delle masse, ma i veri amanti della libertà non vogliono avere più nulla a che fare con essa. Invece, credono con Stirner che l’uomo può avere tutta la libertà che ha voglia di prendersi. L’Anarchia è dunque a favore dell’azione diretta, della ribellione aperta e della resistenza a tutte le leggi e restrizioni, economiche, sociali e morali. Ma la ribellione e la resistenza sono illegali. Proprio in questo sta la salvezza dell’essere umano. Ogni cosa illegale richiede integrità, indipendenza e coraggio. In breve, richiede spiriti indipendenti e liberi, “uomini che siano uomini, che abbiano una spina dorsale attraverso la quale non si può far passare una mano”.

Lo stesso suffragio universale deve la sua esistenza all’azione diretta. Se non fosse stato per lo spirito di ribellione, per la resistenza da parte dei padri rivoluzionari americani, i loro posteri indosserebbero ancora la livrea del sovrano. Se non fosse stato per l’azione diretta di John Brown e dei suoi compagni, l’America commercerebbe ancora in carne degli uomini di colore. È vero, il commercio di carne bianca è ancora in corso; ma anche quello dovrà essere abolito dall’azione diretta. Il sindacalismo, l’arena economica del gladiatore moderno, deve la sua esistenza all’azione diretta. Solo recentemente i governi e i legislatori hanno cercato di soffocare il movimento sindacale, condannando alla prigione per cospirazione i difensori del diritto dell’uomo a organizzarsi. Se il movimento sindacale avesse cercato di portare avanti la propria causa mendicando, supplicando e scendendo a compromessi, oggi avrebbe un portata inesistente. In Francia, in Spagna, in Italia, in Russia, persino in Inghilterra (ne è testimone la crescente ribellione dei sindacati inglesi), l’azione economica diretta e rivoluzionaria è diventata una forza talmente potente nella battaglia per la libertà industriale, da far sì che il mondo si rendesse conto dell’incredibile importanza del potere dei lavoratori. Lo Sciopero Generale, l’espressione suprema della consapevolezza dei lavoratori, è stato ridicolizzato in America solo poco tempo fa. Oggi ogni grande sciopero, per avere successo, deve rendersi conto dell’importanza della protesta generalizzata e solidale.

L’azione diretta, che si è dimostrata efficace in campo economico, è altrettanto potente in ambito individuale. Lì centinaia di forze abusano dell’essere dell’individuo, e solo la resistenza costante a tali forze riuscirà a liberarlo. L’azione diretta contro l’autorità sul posto di lavoro, contro l’autorità della legge, contro l’autorità invadente e intrigante del nostro codice morale è il metodo logico e coerente dell’Anarchia.

Questo non porterà forse a una rivoluzione? Certamente. Nessun cambiamento sociale si è mai verificato senza una rivoluzione. La gente non è familiare con la storia delle rivoluzioni, oppure non ha ancora imparato che la rivoluzione non è altro che il pensiero che si trasforma in azione.

L’Anarchia, il grande lievito del pensiero, permea oggi ogni fase dell’azione umana. La scienza, l’arte, la letteratura, il teatro, l’impegno per il miglioramento delle condizioni economiche, in realtà ogni opposizione sociale e individuale al disordine esistente delle cose, è illuminato dalla luce spirituale dell’Anarchia. È la filosofia della sovranità dell’individuo. È la teoria dell’armonia sociale. È la grande, nascente, vivente verità che sta ricostruendo il mondo, e che annuncerà l’Alba.