La rivendicazione del ferimento di Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare ha provocato varie reazioni, alcune di plauso, altre di critica.

Prima di esprimermi al riguardo, ci tengo a constatare (l’unica nota positiva attualmente, almeno a mio parere) che è stato rotto il tabù del silenzio, imperante dagli anni ’70/’80, per cui di fronte alle “azioni armate” è doveroso tacere – e dunque non esprimere critiche o perplessità – in omaggio a una presunta solidarietà tra “rivoluzionari”, “solidarietà” praticata sempre in modo unidirezionale, ovvero dai più deboli nei confronti dei più forti “sul campo”.

La rottura del tabù del silenzio è stata chiamata, in modo anomalo e ingannevole, “dissociazione”. In modo anomalo e ingannevole, tanto per essere precisi, perchè sono esistiti e continueranno ad esistere i dissociati, ovvero coloro che, una volta prigionieri, prendono le distanze dai gruppi di appartenenza, ma non esiste un criterio condivisibile e / o condiviso per attribuire quell’etichetta a chi, non essendo associato ad alcunché. esprime opinioni “fuori dal coro”.

D’altra parte, l’idea della “solidarietà rivoluzionaria” può funzionare solo se nessuno stabilisce gerarchie tra “progetti rivoluzionari” diversi, ritenendone alcuni più “rivoluzionari” di altri.

Purtroppo le precisazioni sono necessarie perché è utile che ognuno si attenga a un uso corretto delle parole, senza forzarne il significato in modo strumentale.

Non intendo entrare nel merito dell’obiettivo colpito dal Nucleo Olga perché sarebbe un’ingerenza indebita, ma esprimo una forte perplessità, delusione e incazzo per la rivendicazione.

Mitizzare la “lotta armata” è un pò come enfatizzare le performances dei disabili. La lotta non ha paletti – non è nè armata nè disarmata; nè violenta nè pacifica. E’ solo lotta. E chi la pratica sceglie, di volta in volta, la modalità che è più consona agli obiettivi che vuole raggiungere. E’ poi incomprensibile (per non dire fin troppo comprensibile) che gran parte della rivendicazione consista in un attacco agli anarchici, in particolare all’area anarchica insurrezionalista. Sembra un’operazione di marketing (che però, almeno nella forma, le regole del marketing non consentirebbero, poichè non è lecito pubblicizzare i propri prodotti parlando male dei prodotti altrui): questi, gli “anarchici insurrezionalisti”, vendono fumo, noi cerchiamo complici per l’arrosto. Poichè li cerchiamo nello stesso bacino, o nella stessa area di riferimento (che è anche l’unica rimasta con una sua dignità dopo la “fine degli anni di piombo”) – dobbiamo sgomitare, accusare, insomma usare tutte le armi possibili del discredito – una prassi comune a tutte le chiese, da che mondo è mondo.

Infine l’inserimento di Salvatore Cinieri nel martiriologio di famiglia ha il sapore della provocazione, perchè l’elenco non avrebbe perso dignità senza la presenza del suo nome. E’ vero che Salvatore Cinieri è stato assassinato, ma non dallo stato o dalla sua giustizia. C’è chi pensa sia stata vittima – innocente – della cosiddetta “giustizia proletaria”. Poichè ancora oggi la prassi imperante è non ammettere mai i propri errori / o gli errori, anche quando si discute tra “compagni”, e, se possibile, riscrivere la storia secondo gli interessi del momento, non ha molto senso cercare la “verità” sul caso Cinieri. Salvatore ormai è polvere. La cosa importante è far tesoro di ciò che insegna il passato per affrontare con consapevolezza il presente e il futuro.

Una ranocchia della palude genovese